mercoledì 29 luglio 2009

IL GIALLO STORICO

Il giallo storico è un genere, o forse un sotto-genere, letterario che si sta sempre più affermando. In un'epoca ipertecnologica in cui la risoluzione dei crimini è spesso affidata a complesse analisi di laboratorio, sembra che i lettori abbiano riscoperto il gusto per le indagini esclusivamente, o quasi esclusivamente, basate sulle capacità logico-deduttive degli investigatori.
Il capolavoro assoluto del genere, da alcuni considerato il più grande romanzo storico di tutti i tempi: "Il nome della rosa" di Umberto Eco. Il protagonista Guglielmo da Baskerville e la sua fedele spalla, il novizio Adso, si trovano di fronte a una non facile situazione: da un parte uno spazio "chiuso", il monastero, che evoca i delitti della "camera chiusa" tipici del mistery inglese (si pensi a Madama Agatha) , dall'altra una serie di delitti che sembrano seguire lo schema dell'Apocalisse, come nei casi degli assassinii seriali a stampo "missionario". Alla fine, le capacità logiche e la mente illuminata di Guglielmo riescono a venire a capo del mistero.
Lo schema "investigatore + spalla" è piuttosto comune nella letteratura gialla e, per non citare il celeberrimo e forse abusato esempio di Sherlok Holmes e dell'assistente Watson, potremmo chiamare in causa il duo formato dal senatore Pu
blio Aurelio Stazio e dal liberto levantino Castore, entrambi frutto della fantasia della scrittrice Danila Comastri Montanari, autrice di una serie di gialli di grande successo ambientati nell'antica Roma.
Io stesso ho utilizzato lo schema indagatore + spalla nel romanzo "L'arcano della papessa", affiancando all'investigatore, il medico Tiberio di Castro, una acuto e ancor giovane Alessandro Farnese, futuro papa Paolo III.
Una disamina attenta ed estremamente consapevole dei meccanismi che regolano il giallo storico è offerta dal libro "Giallo Antico", scritto proprio dalla Comastri Montanari, un utile e interessante manuale per tutti gli appassionati del genere, e per chi volesse cimentarsi in questo divertente ma complesso genere letterario.



domenica 26 luglio 2009

NOIR STORIA - Le figlie segrete della Regina

Temperamento indomito, capelli bruni e occhi color pervinca, Maria Sofia di Baviera aveva molto in comune con la famosa e tormentata sorella, Elisabetta d'Austria. Appartenevano alla nota casata dei Wittelsbach, prima principi elettori e poi sovrani di Baviera, e più precisamente al ramo cadetto dei duchi in Baviera (qui per l'albero genealogico). Le sorelle Wittelsbach erano note in tutta Europa per il loro carattere disinibito e per l'educazione anticonformista ricevuta, grazie al padre Massimiliano duca in Baviera uomo di cultura e di lettere, nonché impenitente libertino. Sulle orme della sorella, anche Maria Sofia fece un matrimonio brillante e fu data in sposa, giovanissima, al principe ereditario del regno delle Due Sicilie: Francesco di Borbone.
Le nozze avvenero per procura a Trieste e vi prese parte anche l'imperatrice d'Austria.
Piena di speranze, la giovane Wittelsbach si imbarcò per quel paese bagnato dal mare e illuminato dal sole, nel quale fantasticava l'avrebbe accolta un principe bello e prestante come Franz era stato per Elisabetta.
Devastante fu l'impatto con la corte di Napoli cupa e bigotta, assolutamente retrò rispetto alla vivace Baviera. Quanto allo sposo, non potevano essere peggio assortiti: introverso, poco attraente, insicuro e cresciuto nell'ombra della santa madre morta nel darlo alla luce, Maria Cristina di Savoia, il principe Francesco era molto lontano dall'immagine dorata che la fantasia di Maria Sofia aveva creato. Inoltre, era affetto da fimosi, una patologia piuttosto comune in cui la pelle che costituisce il prepuzio non riesce a scoprire il glande rendendo dolorosi e a volte impossibili i rapporti sessuali. Il matrimonio, secondo i bene informati, non fu consumato. I due coniugi trovarono un loro modus vivendi e Francesco era incantato dalla forza prorompente della sposa.
Alla morte di re Ferdinando II, Francesco e Sofia divennero sovrani consacrati del Regno delle Due Sicilie. Regnarono per poco meno di due anni, fino alla capitolazione di Gaeta.
Poi i due monarchi si ritirarno a Roma, presso Palazzo Farnese, ospiti di Pio IX. Fu qui che Maria Sofia conobbe l'aitante zuavo dell'esercito pontificio, Armand de Lawayss. Lo zuavo, con la complicità della cameriera Marietta e forse della sorella della regina - Matilde von Wittelsbach -, ebbe accesso alle stanze, e non solo a quelle, della bella Sofia. La quale, nel giro di qualche tempo, rimase incinta. La gravidanza non poteva essere spiegata in nessun modo al re, per ovvie ragioni. Per nascondere la propria condizione, Sofia fece ritorno in Baviera. Non sappiamo cosa le disse la madre, la bigotta duchessa Ludovica, quanto al padre, il duca Max, a quanto pare l'abbracciò dicendo: "Sono cose che capitano...".
Il parto avvene in segreto e fu, con sorpresa di tutti, gemellare. Le due bimbe vennero chiamate
Daisy e Viola. Sofia fece ritorno a Roma, Francesco fece buon viso a cattivo gioco, ma si convinse a liberarsi della sua fastidiosa fimosi e a compiere i suoi doveri coniugali.
Che ne fu delle gemelle della regina?
Qui i resoconti storici si fanno più nebulosi. Secondo più fonti, Daisy venne affidata al padre Armand e morì di tisi in giovane età. Viola fu invece allevata dal fratello di Sofia, Luigi von Wittelsbach, che la fece passare per figlia sua sotto il nome di Maria Luisa.
Forse fu proprio Maria Luisa a far incontrare il cugino Rodolfo d'Asburgo con Maria Vetsera e a partecipare, in tal modo, al destino fatale dell'arciduca ereditario.
Quanto a Maria Sofia, visse gli ultimi giorni della sua vita a Parigi, sempre complottando per rovesciare il trono dell'impostore sabaudo.
Ironia della sorte, una pronipote della regina delle Due Sicilie sposerà, molti anni più tardi, il principe ereditario d'Italia Umberto di Savoia e diventerà l'ultima sovrana del nostro paese: Maria Josè, la regina di Maggio.

giovedì 23 luglio 2009

IL TERZO SEGRETO

Steve Berry di professione fa l'avvocato, ma in tutto il mondo è noto come autore di best seller di successo. Il Terzo Segreto, edito nel 2005 da Editrice Nord, è ambientato nell'affascinante mondo del Vaticano ed è incentrato sui segreti delle visioni mariane. Nel 1917, tre pastorelli del villaggio portoghese di Fatima riferiscono di aver ricevuto dalla Vergine tre messaggi, tre segreti, ma non vogliono rivelare l'ultimo, che dovrà essere portato a conoscenza solo del pontefice. Anni dopo, Sua Santità Clemente XV sente che la fine si sta avvicinando e teme che il potente segretario di Stato, il cardinale Alberto d'Andrea, stia ordendo una congiura per impadronirsi del potere. Clemente incarica il suo segretario, padre Michener, di recarsi in Romania per incontrare il religioso che ha tradotto il terzo segreto di Fatima, padre Tibor. Nel corso dell'inchiesta, Michener dovrà vedersela con i sicari del cardinale d'Andrea ma anche con Katerina, vecchia fiamma di Michener verso la quale il prete prova una proibita e ambigua attrazione. Intrighi e delitti si susseguono in Italia, Romania, Baviera, e Bosnia (luogo delle visioni di Medjugorje) mentre dalle indagini emerge una sconvolgente e inattesa verità. Dosando sapientemente fiction e realtà storica, l'Autore riesce a convolgere ed emozionare, sconfinando a volte nel misticismo.

Una lettura intensa, che lascia spiazzati e pone interessanti interrogativi. E ci dice che in fondo i segreti non servono, non aiutano né l'uomo né il divino. Perché, come cita lo stesso Berry all'inizio del romanzo, la fede non ha bisogno di nient'altro che della verità.

IL VANGELO SECONDO SATANA



Appena concluso questo poderoso romanzo dell'autore franco-americano Patrick Graham, ho pensato: non mi è piaciuto. La storia parte bene, con un incipit davvero accattivante: nel XIV secolo la madre superiora di un convento di Bolzano entra in possesso di un oggetto prezioso e, soprattutto, pericoloso, tanto da minacciare la stabilità di Santa Romana Chiesa. Per proteggere il segreto, la religiosa compie un gesto terribile e apparentemente incomprensibile.


Salto temporale: siamo ai giorni nostri e Marie Parks, agente dell'FBI dotata di poteri medianici, indaga su una serie di misteriosi omocidi. Un serial killer imperversa sterminando le religiose dell'ordine delle Recluse, da sempre incaricate di custodire i manoscritti più pericolosi per la Chiesa Cattolica. Quella che sembrava una routinaria indagine si trasforma in qualcosa di molto più grande e complesso che porterà Marie a fare i conti con i suoi strani poteri. Nel corso dell'inchiesta, il cammino della Parks si incrocia con quello di padre Carzo, esorcista della congregazione dei Miracoli, che sta cercando di venire a capo di una serie di possessioni diaboliche che si verificano sempre con maggiore frequenza e in più punti dell'orbe terracqueo. Insieme, Marie e Carzo dovranno fronteggiare le forze del Maligno e sconfiggere una setta satanica che mira a rovesciare il papa e ad assumere il controllo del Vaticano.
Molta carne al fuoco, come si vede da questa pur molto sintetica sinossi. La trama è un groviglio a volte inestricabile di sottotrame e citazioni religiose, più volte ripetute con un effetto di ridondanza che disturba la lettura. Se l'approfondimento religioso è piuttosto curato, non altrettanto la parte scientifica: la descrizione delle autopsie tende a scivolare più volte nel ridicolo. Nella ultime pagine, ho notato delle spaventose assonanze con "Il terzo segreto" di Steve Berry.

Non mi è piaciuto, quindi. Eppure... eppure ho divorato il libro durante un viaggio andata e ritorno Roma- Trieste e non solo perché non avevo di meglio da leggere. La scrittura, e la traduzione, riescono a coinvolgere il lettore, mediante immagini evocative e solleticando la curiosità per l'occulto che ci cela in ognuno di noi.


lunedì 20 luglio 2009

L'ARCANO DELLA PAPESSA - intrigo alla corte dei Borgia

La Leone editore ha reso disponibile, da alcuni giorni, la preview del mio romanzo storico "L'arcano della papessa - intrigo alla corte di Borgia" che andrà in stampa a settebre. Il libro rappresenta un importante banco di prova, essendo più corposo e articolato rispetto a "I diavoli della Zisa".
Il romanzo storico è un genere letterario piuttosto complesso, per la ricostruzione dei luoghi e degli eventi (quasi un anno di recerche, studio di testi e documenti, lettura di testi storici).
Poi la scrittura: una pagina, un paragrafo al giorno, cercando di mantere un ritmo costante...
Il testo è stato oggetto di un attento labor limae anche da parte dell'ottimo staff della Leone.
La copertina, in particolare, è fonte per me di grande soddisfazione e chi avrà l'ardire di leggere il testo ne comprenderà le ragioni.
Alla fine scrivere questo libro è stato un piccolo innamoramento e attendo con trepidazione la stampa.


Ecco la sinossi:


14 dicembre 1499, Roma. Secondo alcuni la fine del mondo è questione di giorni. L'Anticristo sarebbe già sulla terra, nella persona di papa Alessandro VI Borgia. Uno dei suoi più eminenti cardinali, Alessandro Farnese, incarica il proprio medico di fiducia Tiberio di far luce sulla morte del suo segretario, don Lucio, trovato cadavere nei pressi del Tevere. Ciò che poteva ridursi a un semplice esame autoptico si rivela in realtà il primo passo di un irto e concitato percorso d'indagine. Messo sulla pista giusta da un’ancella di Lucrezia Borgia, prima che costei muoia avvelenata, Tiberio si trova a investigare su una misteriosa setta neopagana, i cui adepti si accingono a sacrificare una vittima innocente.Bisogna fermarli. Entro il solstizio d’inverno.

LA SCIENZA DIETRO IL ROMANZO

Il post di oggi, per quanto possa sembrare autoreferenziale, è in parte il racconto di come è nata l'idea su cui si basa "I diavoli della Zisa". Innanzi tutto, l'idea nasce da una serie di articoli letti sulla rivista edita dall'Accademia Jaufré Raudel, di studi medievali. Il lavoro svolto dall'associazione è veramente affascinante, in particolare quello della sezione "Medicina del Medioevo". Per dare vita al passato si integrano competenze tra loro diverse: il nutrizionista, il genetista, l'esperto di diagnostica per immagini lavorano fianco a fianco. A volte, è possibile ricostruire le efferate vicende che regolavano la successione all'interno di casate nobiliari. In alcuni casi, complessi software consentono di ricostruire il volto di scheletri, teschi scarnificati dal tempo, a cui la scienza restituisce un'identità.
Il DNA, con le più avanzate tecniche di analisi non solo del DNA nucleare ma anche di quello mitocondriale, consente di individuare parentele, appartenenze a gruppi etnici e movimenti migratori anche a distanza di moltissimi anni.
La scienza viene dunque non solo in soccorso dei sofferenti ma diviene la chiave per indagare il passato e cercare di sciogliere enigmi insoluti, celati da sepolcri su cui i secoli hanno depositato strati e strati di polvere. Ovviamente, la ricostruzione scientifica non può prescindere dalla conoscenza storica cosicché passato e presente si devono sovrapporre e devono trovare, per una corretta interpretazione, un perfetto incastro.

Questa è l'avventura alla base del racconto de "I diavoli della Zisa". La narrazione si svolge su due piani paralleli tra loro, il passato e il presente, fino a quando la ricerca paleoantropologica consente di aprire un varco attraverso le nebbie del tempo per poter gettare nuova luce su antichi misteri.





mercoledì 15 luglio 2009

IL FASCINO DELLA SERIAL KILLER

Dopo il successo interplanetario di Hannibal Lecter, fascinoso psichiatra cannibale, il serial killer è balzato agli onori della cronaca e film, libri e sceneggiati a tema si sono moltiplicati.
"La ragazza dei corpi", bruttissima e per me inspiegabile traduzione dell'inglese Heathbreaker, romanzo d'esordio di Chelsea Cain, ricalca l'archetipo dell'omicida seriale introducendo, tuttavia, delle interessanti varianti.
Innanzi, tutto, ci troviamo di fronte, come in Hannibal Lecter de "Il silenzio degli innocenti", a un ispettore di polizia che chiede aiuto, per risolvere un caso di assassini seriali, a un serial killer in prigione. Anche in questo caso, come nel caso di Lecter, il serial killer ha una preparazione medica, anche se il titolo di psichiatra risulterà fittizio, e presta il suo aiuto in cambio di alcune agevolazioni. L'elemento innovativo, se così si può dire, è che l'insolito collaboratore di giustizia, per definirlo con termine moderno, è un serial killer donna. E' bella, intelligente e spietata e si chiama Gretchen Lowell.
L'ispettore Sheridan, alle prese con l'insolubile caso del "killer del doposcuola" che imperversa per Portland, è stato una vittima fortunosamente scampata a Gretchen e tra i due, come tra Hannibal e Clarisse, si instaura un rapporto morboso di attrazione e di repulsione in cui i due temi epici della letteratura universale, eros e thanatos, si intrecciano in un gorviglio fatale e inestricabile.
Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Eppure, la rielaborazione della Chain convince e riesce a rendere sapientamente il rapporto di dipendenza tra ex carnefice e vittima, relazione intima e assoluta anche testimoniata dalle cicatrici sul corpo del poliziotto.
La splendida e spietata omicida pervade con il suo intenso profumo di lillà tutta la narrazione e solo un supremo sforzo consentirà a Sheridan di risolvere il caso e di avvicinarsi al proprio riscatto umano.
Da leggere.

lunedì 13 luglio 2009

Delitto al casin dei nobili - di Alda Monico


Venezia, 1500. Il fior fiore del patriziato veneto si è riunito al casin dei nobili per partecipare al ballo in onore del duca di Ferrandina, giunto nella laguna in occasione di un famoso torneo e già perdutamente invaghito della splendida Veronica Franco, celeberrima cortigiana e raffinata poetessa. Un'improvvisa e violenta tempesta si abbatte sulla laguna e ogni cosa - i convitati, i servi, i musici - piomba nel buio.Aggiungi immagine Quando il sipario delle tenebre si alza, i presenti si trovano di fronte a un efferato delitto: il duca di Ferrandina giace al suolo, ferito a morte.

Due giovani patrizi vengono accusati del crimine e imprigionati, in attesa di essere giustiziati. Saranno due donne, diversissime per posizione sociale e attitudine, a salvare i due imputati: Veronica Franco e l'ostessa Lucia, che insieme ingaggiano una tenace ricerca dell'assassino.

Nel suo romanzo d'esordio Alda Monico ci propone uno splendido affresco di una Venezia piena di intime risonanze e di angoli segreti. Il romanzo si apre con un delitto, come ogni buon giallo storico, ma il crimine non è che un pretesto per seguire le due protagoniste nella loro ricerca attraverso le calli e i palazzi di Venezia, per conoscere i vezzi e i tormenti della splendida cortigiana, e i più pratici patimenti dell'ostessa Lucia. Una Venezia fatta di sussurri e pettegolezzi, di chiari di luna e, soprattutto, di cibo. Deliziosamente ricercata e precisa la descrizione dei piatti e delle ricette (raccolte, peraltro, in appendice), tanto che pare di essere avvolti dai profumi della cucina dell'ostessa per tutta la lettura del romanzo.
Chi cerca i toni squisitamente noir in questo libro, forse ne rimarrà deluso. Si tratta di una narrazione che esalta principalmente le grandi qualità di queste protagoniste, soprendentemente moderne nel superare le difficoltà e pronte a stringere un sodalizio per salvare i due giovani dalla forca.
La soluzione del mistero riporterà la pace e ripristinerà l'equilibrio nella città, lasciando al lettore il magnifico riverbero della Venezia rinascimentale.






giovedì 9 luglio 2009

NERO FOLLIA- L'occhio più blu di Tony Morrison


Ogni notte Pecola Breedlove prega di avere gli occhi azzurri. Nessuno, in undici anni, si è mai interessato a lei. Vuole essere un bellissimo fiore, e invece si sente un soffione, una comune erbaccia che impesta i campi della sua terra. Ma se avesse gli occhi azzurri, tutto cambierebbe. I genitori smetterebbero di litigare, il padre la finirebbe di ubriacarsi. Tutti - ne è sicura - la troverebbero, di colpo, bellissima. Come la bambina bianca nella pubblicità delle caramelle, come Shirley Temple.

"The bluest eye", l'occhio più azzurro, è stato scritto nel 1970 dall'autrice afroamericana Tony Morrison, premio Nobel per la letteratura nel 1993.

Vittima dell'indifferenza, e dello spietato sguardo degli altri - i bianchi come i neri, tutti vittime del pregiudizio -, la piccola protagonista si trova stretta in una morsa di assoluta e fatale disperazione.

Pecola scopre di portare in grembo il frutto delle incestuose attenzioni del proprio padre. Perde il bambino. A questo punto, l'unica soluzione per sopravvivere è fuggire. Fuggire da sé, dalla miseria, dai campi di soffioni. Si ritrova, Pecola, nella scatola della follia, che la convince che il miracolo finalmente è accaduto e che i suoi occhi sono davverro azzurri, anzi azzurrissimi e risplendenti come la acque del mare e come i petali del fiordaliso.

Esiste veramente il tacito compiacimento dello sguardo degli altri, del nostro stesso sguardo, nel constatare la miseria del prossimo, nell'osservare senza aiutare?

L'interrogativo percorre implacabile la pagine di questo esile ma dolorosissimo libro, in cui l'Autrice ci dipinge un mondo su cui l'attenzione di noi tutti si deve posare.


Perché alla fine, sui campi di soffioni percossi dal vento, la speranza può spegnersi e può essere, davvero, troppo tardi.

martedì 7 luglio 2009

RECENSIONE I diavoli della Zisa

Massimo Junior D'Auria, autore de "La vita degli altri", ha recensito "I diavoli della Zisa",
per leggere, linkare:
http://massimojuniordauria.wordpress.com/2009/07/07/recensione-i-diavoli-della-zisa/

giovedì 2 luglio 2009

NEROSTORIA - IL MISTERO DELLA VENERE PAPALE

Incantò gli uomini del Rinascimento, divenne l'amante di uno dei papi più noti di tutti i tempi, contribuì all'ascesa del proprio casato, eppure di lei, Giulia Farnese, non è rimasto neanche un ritratto di certa attribuzione.
Nacque, probabilmente, a Capodimonte, nella rocca ottagonale che si affaccia sulle acque del lago di Bolsena. Ebbe un'infanzia piuttosto ordinaria, e probabilmente serena, trascorsa a girovagare per le tenute che i Farnese avevano sparse nell'alto Lazio.
L'ora della svolta, per Giulia, avvenne nel 1498 quando fu promessa a uno dei rampolli più ambiti di Roma: Orso Orsini. La famiglia Orsini godeva di grande prestigio anche perché donna Adriana Orsini, moglie di Ludovico signore di Bassanello, era seconda cugina di Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI e già potentissimo cardinale di Santa Romana Chiesa.
Il fidanzamento di Giulia e Orso avvenne nella Sala Stellata del palazzo Borgia in Parione. Fu allora che il cardinale, ormai cinquantenne ma di vigorosi e indomiti appetiti, cominciò a bruciare di passione per la bella Giulia.
Fu, questa passione, un attaccamento morboso e assoluto, tanto che Rodrigo non tollerava neanche che la Bella si allontanasse per fare visita al leggittimo marito.
Quest'ultimo era guercio e butterato e si piegò alla lussuria papale, ottenendo terre e privilegi.
Il popolo di Roma fu impietoso con la Farnese, etichettandola con gli appellativi di Sponsa Christi o di Venere Papale.
L'unico conforto per Giulia fu la compagnia di Lucrezia Borgia, coetanea e disinibita frequentatrice della nobiltà romana, che svezzò l'indole campagnola dell'amante di Alessandro VI.
Il rapporto tra il papa e la Farnese terminò, probabilmente, alla fine del 1400.

Ma chi fu, veramente, la Venere Papale: una vittima, un'abile calcolatrice o una spregiudicata cortigiana? Sicuramente, almeno all'inizio, Giulia fu una pedina per la realizzazione degli ambiziosi progetti della suocera, Adriana de Mila, ma anche del fratello Alessandro, che proprio grazie all'intercessione della sorella ottenne dal papa Borgia la porpora cardinalizia divenendo, nel 1534, papa a sua volta con il nome di Paolo III.
Quando ebbe termine il rapporto con il Borgia, Giulia seppe ricostruire la propria vita e, morto anche il marito Orso nel 1500, divenne una vera e propria domina rinascimentale, in grado di amministrare i feudi di Bassanello, Carbognano, e Canino.
Ebbe una figlia, Laura, sulla cui paternità gli storici sono divisi, attribuendola alcuni ad Alessandro VI, altri a Orso Orsini.
Morì nel 1524 in un'abitazione vicino all'odierno palazzo Farnese, mentre nella Città eterna imperversava la peste.
Giulia subì, dopo la morte, una singolare e misteriosa damnatio memoriae: non un ritratto, una statua, o un affresco che ritragga la Bella è sopravvissuto ai secoli.
Le ragioni di questa furia iconoclasta non sono note: forse i Farnese, divenuti ormai potenti principi rinascimentali, hanno voluto cancellare le tracce di questa scomoda antenata.
Recentemente, la storica Patrizia Rosini ha pubblicato uno studio in cui sembra identificare il volto della Farnese in una delle figure dell'abside di Santa Pudenziana a Roma (lo studio è scaricabile qui
http://www.chiesadelgesu.org/documenti/071124_Rosini_Viaggio%20nel%20Rinascimento%20tra%20i%20Farnese%20ed%20i%20Caetani.pdf)
Di certo, la figura di Giulia, creatura dalla pelle perfetta e dai profondi occhi neri, ammantata di mistero, non smette affascinare gli storici. Chi se ne interessa, per un motivo o per un altro, finisce un po' per innamorarsene.

P.s.: uno mio racconto con Giulia Farnese e Alessandro VI lo potete trovare qui http://www.scheletri.com/racconto1423.htm