lunedì 29 marzo 2010

Recensione de "L'arcano della Papessa" nel blog "gelostellato"


Cari amici, vi segnalo la recensione apparsa nel blog "gelostellato" da parte del blogger e autore Raffaele Serafini.
La recensione di Gelo è articolata e denota una lettura attenta del romanzo, sia nella sia componente storica che nei meccanismi propriamente "noir".

Ecco l'incipit:
"Sapete le due cose belle di questo libro?
La sensazione di crescita dell'autore che mi ha lasciato dopo la lettura e l'impressione di essere un lavoro curato che mi ha dato durante.
Luca Filippi infatti, è da poco poco passato su queste pagine di blogghe con "
I diavoli della Zisa", e se siete di quelli che si sono messi a contare i diavoli prima di scoprire che farlo porta sfiga....
beh, non è colpa mia se siete dei creduloni! :)
Comunque.
Vi dicevo che quel piccolo libretto mi è piaciuto, seppur con le sue piccole, comprensibili, incertezze.

Ed è proprio grazie per via del blogghe che ho avuto questo "L'arcano della Papessa", secondo lavoro di Luca (a proposito, grazie Luca), che tra l'altro è diventato pure un funcooler, il che non è cosa da poco. ;)"
Grazie a Gelo, e per chi volesse leggere la recensione, basta cliccare qui.

venerdì 26 marzo 2010

Recensione- La presenza di Alvaro Strada


Vi segnalo una recensione apparsa pochi giorni fa sul portale l(')abile traccia a proposito del romanzo "La presenza" (LietoColle editore) di Alvaro Strada.

Il libro, che si svolge su due piani temporali paralleli, è un'interessante opera ibrida romanzo/ saggio storico. Il tema, quanto mai attuale, è la storicità della figura di Cristo anche in relazione alla documentazione emersa negli scavi del Mar Morto.

Per chi ha voglia di leggere, lascio il link.

lunedì 22 marzo 2010

NERAINTERVISTA - Ortensia Visconti e il noir stregonesco


Ortensia Visconti nasce a Roma. Si laurea alla Sorbona in letteratura moderna e comparata e si diploma alla London School in Photo-journalism. Dal 2000 lavora per diverse testate giornalistiche come corrispondente di guerra. E' fotografa freelance per il Washington Post in Algeria e Palestina.
Nel 2004 per i tipi della Fazi editore ha pubblicato il romanzo "Stregonesco", favola nera sospesa tra il noir e l'horror, ambientata nell'immaginario paese di Lede Lomellina.
Ha accettato di rispondere alle domande di questa neraintervista:

1. Nel tuo romanzo ambientato a Lede Lomellina, "Stregonesco", offri una rappresentazione della provincia, con le sue inespresse conflittualità e le sue contraddizioni. Ci puoi spiegare le ragioni di questo "setting" narrativo?
Lede è un'invenzione, la Lomellina la conosco. Mio padre ci ha vissuto gli ultimi anni della sua vita e io stessa ci ho passato molte estati della mia infanzia. E' un posto immobile e misterioso all'apparenza, e forse è proprio questo suo aspetto a provocare rigurgiti di umanità nei suoi abitanti. Sembra che l'essere umano reagisca alla malinconia del paesaggio.

2. I tuoi protagonisti sembrano animati da una forte istintività, alcuni sono senza filtri, con tratti molto marcati tanto da sfiorare, a volte, il grottesco. Come sono nati i personaggi di "Stregonesco"?
Sono venuti fuori dalla nebbia, dai boschi, dagli specchi d'acqua delle risaie. Sono personaggi eccessivi, caricaturali, quasi d'animazione. Sono il peggio di noi e qualche volta, piu' di rado, la nostra parte bella.

3. Quanto conta la tua esperienza di reporter e fotografa nella costruzione delle scene del romanzo?
L'esperienza da reporter mi ha dato familiarità con la violenza, con la morte. Quella da fotografa mi dà il senso dell'inquadratura.

4. Quali sono i tuoi progetti attuali e futuri, ci puoi dare qualche anticipazione?
Sto finendo di scrivere "L'idea fissa" che uscirà in autunno con Fazi. E' un viaggio nell'intimità delle società contemporanee in dodici tappe, che hanno i nomi di dodici città del mondo. Attraverso il sesso analizzo l'individuo all'interno di diverse tipologie di società. Queste strutture socio-politico-religiose definiscono la natura stessa della gerarchia sessuale. E della narrazione.

Grazie, Ortensia! Per chi volesse conoscere meglio o contattare l'autrice, ecco il link del suo sito.
Vi lascio qui il video di un'intervista su youtube:


venerdì 19 marzo 2010

Recensione - Il Vangelo di Giuda di Simon Mawer


Un thriller mistico, un religioso diviso tra fede e ragione, tra la mortificazione della carne e la scoperta di una passione rovinosa.

Simon Mawer con il suo romanzo “Il Vangelo di Giuda” (Il Saggiatore, trad. MB Piccioli) costruisce una vicenda che si snoda tra passato e presente, strisciando per i più oscuri meandri della fede.
Leo Newman è un prete, esperto in papirologia, ma prima di tutto è un uomo. E sebbene all'inizio la sua figura sia avvolta nel mistero, attraverso dolorosi flashback emerge una storia terribile, che affonda le sue radici nel periodo della Seconda Guerra Mondiale.
Nel passato di Leo, una madre ambigua e pervasa da un misticismo quasi grottesco, una donna ferita nel profondo e che riversa i suoi tormenti sul figlio.
Nel presente di Leo, l'incontro con una coppia di diplomatici inglesi presso la curia pontificia. E, soprattutto, il folgorante incontro con lei: Madeleine, moglie e madre, creatura fragile che oscilla tra il perbenismo borghese e una languida inquitudine.
A complicare le cose il ritrovamento di un frammento nel Mar Morto; un papiro antichissimo scritto nella koinè, l'elegante scrittura classica del I secolo dopo Cristo. Leo viene chiamato a far parte dell'equipe che dovrà decifrare il manoscritto, trovato in ottimo stato di conservazione. Per il protagonista è una vera e propria discesa negli Inferi. Si trova di fronte il Vangelo di Giuda, l'apostolo traditore, che afferma di aver visto il corpo corrotto di Cristo, mettendo così in discussione il cardine della dottrina di Santa Romana Chiesa.
Il romanzo prosegue tra colpi di scena e ribaltamenti, fino all'apostasia di Leo e una improvvisa deflagrazione che distruggerà il manoscritto e il dubbio che questo porta con sé. Un thriller ben costruito, credo ormai fuori catalogo, per cui non è difficile che venga trovato, come è stato per me, tra i libri a 1 euro.
Vi lascio l'incipit:

«Mi benedica padre, perché ho peccato.»
Una struttura curiosa, il confessionale. Una via di mezzo tra un guardaroba e un inginocchiatoio, un pezzo d'arredamento in legno verniciato, forse l'unico a non aver mai destato l'interesse dei collezionisti. Non si entra in una lussuosa abitazione moderna, per esempio a Islington, per trovarvi un confessionale in corridoio...

lunedì 15 marzo 2010

NERAINTERVISTA - Massimo Junior D'Auria e il nero della quotidianità


Massimo Junior D'Auria è nato a Napoli nel 1989. Ha conseguito la maturià scientifica e attualmente è iscritto alla facoltà di Lettere presso l'Università "Federico II". Giovanissimo autore, da sempre coltiva la passione per la lettura e la scrittura. Ha recentemente pubblicato la raccolta di racconti "Nero n.9" con la casa editrice Sogno edizioni.
Massimo ha gentilmente accettato di rispondere alle domande di questa neraintervista:

Massimo, ci puoi raccontare come è nata la tua passione per la scrittura e quanto tempo occupa nella tua giornata?
La mia passione per la scrittura nasce durante la mia infanzia, infatti, sin dalle elementari mi sono cimentato nella parola scritta, scrivendo sia piccole storie originali, sia trascrivendo finali alternativi per i telefilm che veniva trasmessi in quel periodo o per i fumetti e libri che leggevo. Dopo qualche anno di silenzio, in cui ho preferito soprattutto leggere, ho ripreso a scrivere durante gli ultimi anni della superiore. Le mie sessioni di scrittura non hanno una durata specifica, a causa dell’università, dei piccoli impegni, e a volte della stanchezza. Ci sono volte in cui scrivo più ore di file, altre in cui finisco dopo nemmeno un’ora. In più ogni tanto vengo raggiunto da periodi più o meno lunghi di silenzio, in cui scrivo poco o nulla.

La tua raccolta “Nero n.9” ha, come titolo, un colore e un numero. Ci vuoi spiegare il senso di questa simbologia?
L’elemento nero è molto presente nelle storie, rappresenta la discesa nei sentimenti più biechi, più cupi, che spesso e volentieri fanno capolino nell’animo dell’uomo o in questo caso dei personaggi. Il nero però non è vero e proprio noir, Nero N.9 non è un noir puro, ma subisce varie contaminazioni da parte di altri generi, come il fantastico. Ma appunto il nero è il comune denominatore che avvince nelle sue spire i protagonisti e le loro storie. Il nove può rappresentare diverse cose, per diverse branche del sapere: nove sono le muse; nove i mesi di gestazione; il nove per Dante è la massima espressione dell’amore per Dio, in quanto quadrato di tre; il nove d’altra parte da alcuni occultisti è considerato come il numero di Lucifero. Quindi questo numero può rappresentare degnamente le contrapposizioni di sentimenti, azioni e situazioni presenti nella raccolta. Ho pensato che questo fosse il titolo giusto perché “rischia” di rimanere impresso, facendo chiedere all’eventuale lettore: il perché della scelta di tale nome.

Alcune storie (penso per esempio a “Lettere al mago Gesuele”) possono essere inserite nel genere del “nero italiano”. Qual è secondo te il rapporto tra il noir e il mondo della provincia?
Penso che il rapporto tra noir e il mondo della provincia sia indissolubile, per alcuni frangenti. Situazioni e delitti attuati in provincia non trovano riscontro, a volte nemmeno simile, in città. Mi sovviene alla mente subito la questione della saponificatrice di Correggio, non credo che una situazione del genere avrebbe trovato spazio in città. Si tratta soprattutto del diverso tipo di vita, suppongo. Penso che per alcuni aspetti il nero possa trovare terreno maggiormente fertile in provincia, come se ci fosse più spazio per la sua crescita e diffusione. D’altra parte non posso compiere una vera e propria dissertazione non avendone i titoli.

C'è un autore che ti ha particolarmente colpito o ha influito sulla tua formazione, in particolare nel genere “noir”?
L’autore che mi ha colpito più di tutti, parlando in generale, è sicuramente Stephen King, molti storceranno il naso considerandolo sin troppo commerciale, ma penso che questo possa essere pensato solo da conoscitori superficiali di King, in fondo, nei suoi testi c’è molto altro, e qualcosa dei miei scritti ha risentito sicuramente della sua influenza. Apprezzo moltissimo anche Kafka e Orwell. Per quanto riguarda il genere noir, non ho scrittori preferiti, anche perché cerco di assorbire quanto di buono c’è, se c’è, in ogni lettura di qualsiasi genere, infatti, come ho già detto non definirei mai Nero N.9, una raccolta completamente noir.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? A cosa stai lavorando?
Per il momento sto lavorando a più progetti, ma preferisco non parlarne, in quanto non sono sicuro che vedranno la luce. Purtroppo mi sono trovato spesso a dover accantonare scritti, anche in stato avanzato, perché non soddisfacenti o per altri motivi. Quindi non posso sapere con sicurezza cosa porterò a termine prossimamente. È certo che però le idee non mancano!

Grazie, Massimo! Per chi fosse interessato, la raccolta "Nero n.9" è ordinabile in libreria, o acquistabile online presso la casa editrice Sogno e il portale ibs.

giovedì 11 marzo 2010

Recensione - La principessa di ghiaccio di Camilla Läckberg


A Fjällbacka, piccolo villaggio della costa scandinava, la verità è sepolta dietro lastre di ghiaccio. Come il ghiaccio che ricopre l'incantevole baia, o quello, più insolito, nel quale viene trovata, quasi mummificata nella sua vasca da bagno, la bella trentacinquenne Alexandra. A rinvenire il cadavere è Erika Falck, scrittrice di biografie, ritornata nel paese natio dopo l'improvvisa scomparsa dei suoi genitori. Inizia così un involontario percorso di indagine che porterà la protagonista ad affiancare Patrick Hedström, giovane poliziotto reduce da una scottante delusione amorosa.
Questo, in sostanza, l'incipit de "La principessa di ghiaccio" (Marsilio 2010, euro 18,50, trad. L. Cangemi), romanzo d'esordio della svedese Camilla Läckberg. Dalla stampa la Läckberg è stata definita, e forse non a torto, la Agatha Christie del Nord. E di Dame Agatha, l'autrice svedese possiede la capacità di svelare la psicologia dei personaggi, di costruire complesse situazioni in cui il precario, ma apparentemente perfetto, equilibrio borghese nasconde torbidi segreti.
Il romanzo è un tipico giallo della "camera chiusa", anche se in realtà la camera in questione è rappresentata dal paese di Fjällbacka, dove tutti conoscono tutti e dove ogni piccola sbavatura nella vita sociale deve essere cancellata in nome di un assoluto perbenismo. Troviamo così il borghese arricchito, il marito stanco che tradisce la moglie, il pittore maledetto ed emarginato, la donna di fatica trattata con compassione, la moglie che subisce i maltrattamenti in silenzio. L'indagine per la morte di Alexandra squarcia il velo dell'ipocrisia, mettendo a nudo i drammi di una piccola comunità, in cui ognuno di noi può riconoscersi.
"La principessa di ghiaccio" è un buon giallo, costruito con equilibrio e logica. L'unica pecca è rappresentata dalla presenza di alcune sottotrame, come il racconto della love story di Erica o della difficile situazione personale della sorella. Queste divagazioni, potremmo dire delle vere e proprie pause nel fluire della storia, hanno l'effetto di allentare il clima tensivo. Forse un taglio di alcune pagine avrebbe condensato le tappe dell'indagine e reso il ritmo più serrato.

lunedì 8 marzo 2010

NeRoStOrIa - Caterina Sforza e il fascino dell'alchimia


Occhi di ghiaccio, temperamento indomito, Caterina Sforza è una delle figure più intense e controverse del nostro Rinascimento. Nasce nel 1463, figlia illegittima del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza e della sua amante, Lucrezia Landriani. Secondo le consuetudine delle famiglie aristocratiche italiane, Caterina viene educata a corte, insieme a fratellastri che il duca di Milano ha avuto dalla sua moglie legittima, Bona di Savoia.
La nonna paterna, Bianca Maria Visconti, le inculca il coraggio e il senso di appartenenza a una valorosa stirpe. A soli tredici anni, Caterina viene data in sposa al più vecchio conte Girolamo Riario, signore di Imola e nipote di Sua Santità Sisto IV della Rovere. Dato che Girolamo era capitano generale degli Stati della Chiesa, i coniugi Riario andarono a vivere a Roma. In un primo tempo, lo sfarzo e gli eccessi della Città eterna la stordirono. Ma si abituò presto alla nuova condizione e divenne una vera colonna portante della corte pontificia. Nel 1484 il papa Sisto IV rese l'anima al Creatore e Roma piombò nell'anarchia. Per riportare l'ordine nella città, Caterina cavalcò con i suoi armigeri fino a Castel Sant'Angelo e occupò la Rocca affinché si potesse svolgere il nuovo conclave.
Fu eletto il genovese Giovan Battista Cybo, vicario di Cristo con il nome di Innocenzo VIII, avverso ai Riario, che si ritirarono nei loro feudi di Imola e Forlì. Nel 1488, Girolamo fu ucciso per mano della famiglia forlivese degli Orsi. Ancora una volta, Caterina dimostrò tutto il suo coraggio e lottò per riprendere il controllo della città. Governò, con saggezza e polso fermo, per molti anni.
Venne soprannominata "La Leonessa delle Romagne". Nel frattempo, si innamorò di Giacomo Feo, che le cronache descrivono come un uomo bello, giovane ed elegante. Un legato in visita alla rocca riferì di essere rimasto colpito dalla bellezza della contessa e del suo amante. Ma quest'idillio era destinato a non durare: nel 1495, durante una battuta di caccia, Giacomo viene brutalmente ucciso. I cospiratori, appartenenti alle famiglie notabili forlivesi, temevano il crescente potere di Giacomo. La vendetta di Caterina fu atroce: fece strage non solo dei congiurati ma anche delle loro famiglie. Non risparmiò neppure i bambini in fasce. Un vero e proprio bagno di sangue, che le procurò il biasimo della corte di Milano e dello zio Ascanio, cardinale alla corte di Rodrigo Borgia.
Il dolore per la morte di Giacomo trovò requie appena un anno dopo: Giovanni de'Medici, detto il Popolano perché appartenente a un ramo collaterale dei Medici, fu il suo terzo marito. Ma anche questa unione durò poco: Giovanni il Popolano fu presto stroncato da una affezione ai polmoni. Da lui ebbe il suo ultimo figlio, di nome Giovanni come il padre, il futuro condottiero Giovanni dalle Bande Nere.
La situazione nelle Romagne precipitò alla fine del secolo Decimo Quinto. Il figlio del papa, Cesare Borgia, intraprese una serie di campagne per creare un regno su cui stendere il vessillo dei Borgia. Dopo una strenua resistenza, Caterina dovette capitolare. Imola e Forlì cadettero in mano al Valentino e la Leonessa fu portata, come prigioniera di guerra a Roma. Visse nel palazzo del Belvedere, sul colle a nord del Vaticano, dal febbraio del 1500 fino a giugno dello stesso anno. Poi, in seguito a un tentativo non riuscito di evasione, fu trasferita a Castel Sant'Angelo.
Si dice che il Valentino non rimase insensibile al fascino della Leonessa, e che i due furono amanti.
Nel 1501, Caterina fu rilasciata e inviata a Firenze, in seguito alle pressioni della corte francese. Alessandro VI scrisse una missiva di accompagnamento, in cui la Leonessa diveniva, d'un tratto, "la nostra beneamata figlia in Cristo".
Morì a Firenze, forse in convento, nel 1509. Il figlio di Caterina, Giovanni dalla Bande Nere, sposò Maria Salviati unificando i due rami della famiglia de'Medici, quello collaterale (dei Popolani) e quello discendente da Lorenzo il Magnifico.
Fu una delle più importanti alchimiste del Cinquecento. Il suo ricettario "Experimenti della excellentissima signora Caterina da Forlj" rappresenta un compendio inestimabile valore di formule di cosmesi, chimica e farmacologia. Alcune formule si possono trovare sul sito della dotteressa Patrizia Catellani, esperta in storia della Farmacia, cliccando qui.
Il nipote di Caterina Sforza, Cosimo de'Medici, fu il primo granduca di Toscana ed ereditò dalla nonna la passione per l'alchimia. Il ritratto di Caterina, che vedete in testa al post, è stato dipinto nello studiolo del granduca.
La Leonessa di Romagna è la protagonista di un film del 1953, con Virna Lisi.


lunedì 1 marzo 2010

Recensione - "La voce dei Turchini", castrati e cicisbei alla corte dei Borboni


Oggi, come nei secoli passati, per definire le qualità morali, l’intraprendenza e il carisma di un uomo spesso si dice che questi “ha gli attributi”. E allora pensate quanto dovesse essere doloroso quando, per sfornare cantori per il melodramma e le messe papali, tali attributi venivano recisi prima della pubertà attraverso un intervento detto “orchiotomia”. Che è un termine tecnico per definire la castrazione. In questo modo le corde vocali non subivano le modificazioni tipiche della pubertà e le voci dei cantanti maschi rimanevano “bianche” ed erano in grado di eseguire i complessi registri dei sopranisti e dei contraltisti. Chi non ha mai sentito parlare del celeberrimo evirato Carlo Broschi, in arte Farinelli? A Napoli, addirittura, esistevano delle botteghe con la scritta “qui si castrano i fanciulli”. Per chi volesse approfondire l’argomento rimando all’articolo di Marina Pinto, che potete trovare qui, o al suo libro (basta ciccare qui).
Il tema della castrazione è il nucleo centrale del romanzo di Livio Macchi, “La voce dei Turchini”, edito da Piemme e recentemente proposto in versione tascabile. La vicenda prende le mosse da un concorso canoro: Sua Santità vuole i migliori cantori alla sua corte. La celebre e gloriosa scuola della “Pietà” dei Turchini (cosiddetta per il colore dell’abito degli allievi) è in gran fermento. I vincitori del concorso devono, assolutamente, provenire dal conservatorio della Pietà dei Turchini. Si scatenano rivalità e sordidi intrighi nel mondo del canto. La situazione precipita quando un allievo viene ritrovato morto nelle stanze del conservatorio. A questo primo delitto, ne segue un secondo. E poi un terzo. A indagare sulla vicenda viene chiamato il capitano Ferrante Chilivesto, rosso malpelo, cocciuto, ironico. Una storia complessa in cui si intrecciano tante vicende umane: quella di Ferrante, ma anche la storia d’amore tra l’affermata cantante Salvini e il giovane “turchino” Antonio Amendolano. Alla fine, dopo diversi depistaggi, Chilivesto riuscirà a scovare il colpevole e, al contempo, disvelerà il dramma di un'anima sofferente.
Un bel libro, che riesce a offrire un vivido affresco della Napoli del 1700, appena uscita dalla dominazione asburgica e scivolata in mano ai Borboni. Una scrittura sapida e ricca, quella di Macchi, spesso percorsa da un guizzo ironico con cui l’occhio distaccato dell’Autore osserva il destino dei suoi personaggi. A volte il descrittivismo prevale sulla sequenza degli eventi, togliendo “pathos” all’azione e allentando il clima tensivo. Ma il romanzo rimane un’opera di qualità, particolarmente gradevole per chi ama la lirica e la splendida città di Napoli.