mercoledì 28 aprile 2010

NeRoStOrIa- Il Castello di Gorizia, la beffa di Richinvelda e... un racconto in friulano!

Il Castello di Gorizia domina un paesaggio spettacolare. Risale all'XI secolo, ma ha subito diversi rimaneggiamenti nel tempo. Entrare nel maniero è veramente fare un salto nel tempo. E per me è stato particolarmente emozionante, visto che proprio in questo castello è nata Elisabetta di Carinzia, divenuta poi moglie di Pietro II d'Aragona e regina di Sicilia. Elisabetta, come sa chi ha letto il mio libello "I diavoli della Zisa", è uno dei personaggi-chiave della storia.
Il colle goriziano è quasi lambito dal fiume Isonzo, famoso per le acque turchesi che gli hanno valso il nome di "fiume più azzurro del mondo". Il poeta sloveno Simon Gregorčič ha dedicato al fiume la nota lirica "
All'isonzo"
Nel medioevo i Signori di Gorizia erano, come spesso accadeva, itineranti e spostavano la corte da Lienz, nella Drava superiore, a Gorizia. E c'erano, naturalmente, le guerre. Le battaglie più accese e sanguinose furono combattute contro il confinante patriarcato di Aquileia.
All'epoca il patriarcato era la cattedra religiosa e temporale più importante dopo Roma.

Immagine del Patriarca Bertrando



L'ostilità tra i conti di Gorizia e il patriarcato divenne tanto accesa che il pio patriarca Bertrando di San Genesio fu barbaramente trucidato in una congiura ordita da Enrico di Gorizia e da alcuni nobili locali, tra cui un certo Filippo de Portis.

Il massacro del patriarca avvenne presso Richinvelda, mentre Bertrando era sulla strada di ritorno dal concilio di Padova. Triste fine per il vegliardo principe della Chiesa. Dopo il sanguinoso espisodio, il capitolo di Aquileia elesse come patriarca Nicola di Lussemburgo, figlio del re di Boemia Giovanni.
Nicola era giovane, piccolo e brutto. Soprattutto, era crudelissimo e spietato. Si vendicò, con puntuale ferocia, dei congiurati che avevano ucciso il povero Bertrando. I cospiratori furono tutti massacrati, uno per uno.
A Filippo de Portis fu riservata una vendetta del tutto particolare. L'episodio, entrato nelle leggende friulane con il nome di "Beffa di Rinchinvelda", è un vero e proprio horror medioevale. Lo racconta, con grande sapienza, Carlo H. De'Medici. Ci sono di mezzo una strana cena, un piatto succulento, e un velluto color cremisi. Vi lascio il
link, senza ulteriori anticipazioni, perché merita veramente di essere letto.

Per rimanere in tema di Friuli- Venezia Giulia e di castelli, segnalo infine l'interessante iniziativa del blogger Raffaele Serafini, noto nel web come gelostellato, con il suo sito Contecurte. Si tratta di un blog dedicato ai racconti in lingua friulana. Contecurte ospita di tanto in tanto autori non-friulani, che il buon Gelo pazientemente traduce.
Eccovi quindi il link al mio racconto, dedicato al castello di Miramare, nella sua versione friulana
DILA' DAL MAR e nella versione italiana OLTREMARE.

lunedì 26 aprile 2010

NERAINTERVISTA- Francesco Barbi e il suo acchiapparatti

Nasce a Pisa nel 1975 e attualmente lavora come insegnante di matematica e fisica nella scuola secondaria superiore. Ha esordito nel 2007 con il romanzo L'acchiapparatti di Tilos (ed. Campanila). Nel 2010 il romanzo viene completamente riscritto e pubblicato dalla prestigiosa casa Baldini Castoldi Dalai con il titolo "L'acchiapparatti".
Francesco ha accettato di rispondere alle domande della neraintervista.

1- Il tuo romanzo, "L'acchiapparatti", sembra collocarsi a metà tra la favola noir e il più classico fantasy. Ci vuoi spiegare il perché di questa scelta narrativa?

Non è stata una scelta. In tutte le fasi dello scrivere ho bisogno e cerco di dare il maggior spazio possibile a libertà e creatività. Originalità, coerenza e verosimiglianza sono per me già sufficienti come vincoli. Non preparo schemi rigidi o scalette dettagliate, procedo “per situazioni” e mi faccio tentare dalle sperimentazioni e dalle soluzioni inconsuete. Insomma, mi sono 'ritrovato' a spaziare fra più generi.
E in effetti, anche se può essere catalogato come un libro low-fantasy, “L'acchiapparatti” presenta spunti e aspetti caratteristici di altri generi che lo rendono un romanzo un po' atipico. Alcuni tratti che lo riconducono a una favola noir (senza epica né eroi e che in alcuni punti forse sfocia nel genere horror) potrebbero essere questi: anti-eroi come protagonisti, l'attenzione alla psicologia dei personaggi, il finale non consolatorio e aperto alle interpretazioni, violenza e carneficine ad opera di una creatura mostruosa (questo rimanda un po' più al gotico), la presenza del conflitto tra bene e male più nel mondo interno dei personaggi piuttosto che nel mondo rappresentato e l'ambizione del 'cattivo' come tema filosofico di fondo, l'ambientazione cupa e tenebrosa, quasi grottesca...

2- Il protagonista del romanzo, Ghescik, è "l'ometto gobbo e storpio che vive nel cimitero". Come è nato questo personaggio e quanto di te c'è in lui?

Tutti i personaggi scaturiscono dalla mente, dalle emozioni, dai vissuti personali del loro autore e quindi gli sono in qualche modo legati. Ghescik è venuto fuori subito, come a dare voce ad una parte “consapevole” di me, gobbo, ambizioso e calcolatore; qualcuno l'ha definito anche un po' bastardo. Nel romanzo, però, i personaggi protagonisti sono due. Effettivamente non era affatto previsto che Zaccaria, lo squinternato acchiapparatti, divenisse un protagonista, ma la mia progressiva identificazione con lui, nello scrivere il libro, ha fatto sì che la vicenda prendesse pieghe inaspettate e adottasse come secondo personaggio principale proprio questo personaggio peculiare e “malmesso”. D’altra parte Zac è anche un po’ stregone e, per me, la magia nel mondo reale è la creatività. Man mano che scrivevo, dunque, mi avvicinavo a quel personaggio. Mi sento grato nei confronti di Zaccaria, attraverso le cui vicissitudini ho recuperato alcuni tratti del mio carattere e che dunque, per quel che mi riguarda, è stato davvero “magico”.
Sono comunque molto affezionato a entrambi e credo che i due, insieme, incarnino una parte davvero consistente di me. Ho detto 'insieme' perché i due personaggi sono allo stesso modo protagonisti, aspetti complementari forse di uno stesso individuo... Emblematica a questo proposito mi sembra la copertina: la figura alla finestra è stata ricavata da una mia fotografia. Eppure, così vicina al titolo, in quella casa-torre, sembrerebbe proprio alludere all'acchiapparatti. Ma è Ghescik quello con la gobba... Anche la storia e il suo finale sono decisamente permeati da questa separazione-fusione dei protagonisti.

3-
Qual è il ruolo della magia nel romanzo e quale il suo significato allegorico?

L'unico elemento propriamente magico-fantastico che compare ne “L'acchiapparatti” è incarnato nella creatura ancestrale rinchiusa nelle prigioni di Giloc. Creatura che è stata ispirata dalla personale e quasi atavica attrazione verso il mostruoso, generata da un conflitto irrisolto con il mio persecutore interno e legata, nel romanzo, al tentativo dall’esito catastrofico compiuto quattro secoli prima dallo stregone Ar-Gular di separare la parte più pura e sana della sua anima da quella più tetra, ombrosa. Le vicende ruotano proprio attorno a questo elemento soprannaturale o tema di fondo e, non a caso, i personaggi protagonisti del libro sono tutti in qualche modo caratterizzati dall’avere una macchia, fisica o psichica. Lo stregone aspirava, in modo utopico, a negare questa sfaccettatura o naturale impurezza e a raggiungere l’immortalità attraverso l’eliminazione di una parte di sé. Al contrario, il lato oscuro o caotico dei personaggi principali reca anche forze creative vivificanti (oltre che rendere ciascuno di essi, a mio modo di vedere, più umano e intrigante).
Al principio del romanzo, soltanto l’esistenza del mostro di Giloc, che è quasi un’incarnazione del male, fa sì che la magia in qualche modo sopravviva. La stregoneria, nelle Terre di Confine, è infatti ridotta a un eco dei tempi andati. Ma allorché le vicende dei protagonisti si intrecciano con quelle del boia di Giloc, si assiste ad un progressivo e presunto rinascere della magia, che coinvolge soprattutto il personaggio di Zaccaria. Questa rinascita è però così fievole da lasciare il lettore nel dubbio che a determinare e a caratterizzare alcuni episodi non sia la magia, ma il caso o le doti naturali e le capacità intuitive e folli dell'acchiapparatti. Centrale non è tanto la magia stessa quanto il credere nella magia, che rimane comunque un qualcosa che ha a che fare con l'interno, l'intimo dei personaggi, e non con il mondo esterno. Si tratta di un sesto senso, un'empatia con la natura e gli esseri, un potere che sa di preveggenza e che forse può in qualche modo suggestionare gli altri e influenzare il destino.
Per entrare nell'allegoria, la magia coinvolge doti spontanee e creative che certamente rimandano all'infanzia. Quando gli aspetti antichi (infantili) e magici vengono repressi, si trasformano in pericoli per la mente (all'inizio del romanzo Zaccaria è emarginato, ridotto ad acchiappare topi e a vivere in zone pericolanti e inutili della mia vita psichica, ripiegandosi su di sé fino a diventare spaventato e pazzo) o acquistano un potere onnipotente e distruttivo (il mostro).
Prima di mettermi a scrivere il romanzo, ero probabilmente più vicino a Ghescik e avevo un demone distruttore nel profondo. La scrittura ha senza dubbio avuto una forte valenza terapeutica e Ghescik, per fortuna, non è riuscito a vivere senza magia. Il mostro è uscito dal suo Buco, si è trovato libero e ha potuto dare sfogo alla sua brama distruttiva (il mio essere un fisico, ovvero un uomo razionale, è stato minato) finché... è entrato in ballo Zaccaria, l'unico, forse, in grado di ascoltare e comprendere il mostro. Il resto lo può scoprire ogni lettore, ma è stato proprio grazie al libro e alla creatività a cui ho potuto dare sfogo (così come al mostro) che ho ritrovato Zaccaria in me, e ho ritrovato la magia dell'infanzia nella mia vita.

4- Ci vuoi raccontare come ti sei avvicinato alla scrittura e quale spazio questa attività occupa nella tua giornata?

Circa quindici anni fa, durante gli anni di studio universitari, sentii l'improvviso bisogno di dare sfogo alla creatività e iniziai a scrivere dei racconti. Frequentai per un paio di anni dei corsi di scrittura creativa e qualche tempo dopo iniziai la stesura dell'acchiapparatti.
Scrivevo a “scappatempo”, o meglio a periodi alterni, perché ho sempre avuto bisogno di dedicare alla scrittura gran parte del tempo a disposizione in una giornata. Dovendo portare avanti le altre attività in cui ero impegnato, mi ci sono voluti diversi anni per terminare il libro.
Al momento non posso ancora dire di avere una routine collaudata da tempo. Dico però che nei periodi in cui scrivo dedico almeno una mezza giornata alla scrittura; e passo molte delle mie serate a ragionare su quel che sto scrivendo e a pensare a cosa scriverò nei giorni successivi.

5- Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

In questo periodo mi sto dedicando al seguito de “L'acchiapparatti”. Ho scritto prologo e una decina di capitoli. Spero di concludere la prima stesura entro l'autunno.
Da qualche tempo ho poi terminato un libro di racconti di fantascienza distopica dal titolo “Marchi indelebili”. Parlo di libro e non di raccolta perché si tratta di una serie di storie che si intrecciano e che hanno tutte come protagonista la società tetra e totalitaria che viene rappresentata. Forse prossimamente dovrò dedicarmi ad un'ultima revisione.
Per quel che riguarda invece il futuro meno prossimo, spero proprio di avere la possibilità di continuare a scrivere.


Grazie, Francesco! Per chi vuole conoscere meglio l'Autore, può cliccare sul suo sito. Per chi vuole sapere di più su "L'acchiapparatti" può cliccare qui sul blog dedicato al romanzo.

giovedì 22 aprile 2010

Rassegna Stampa- Nuove Recensioni de "L'arcano della Papessa" su Milanonera e Dream Magazine


Nuove recensioni per il romanzo "L'arcano della Papessa- Intrigo alla corte dei Borgia". La prima, a cura di Andrea Zannini, è apparsa ieri 21.04.2010 sul Web Press Milanonera. L'articolo era "in copertina", con una bella foto del castello Orsini a Vasanello, dove è ambientata la seconda parte della storia. Ecco l'incipit:
"La Papessa, figura leggendaria o personaggio storico colpito dalla “damnatio memoriae”? E se la stessa condanna fosse toccata a Giulia Farnese? Di quale colpa potrebbe essersi macchiata la nobildonna per subire una condanna del genere?Una sorprendente ipotesi la propone Luca Filippi già apparso su Milanonera con i “
Diavoli della Zisa”; ma non aspettatevi il solito saggio storico da centinaia di pagine. Il nostro autore, che come ha già dimostrato in passato è bravissimo nello scrivere romanzi avvincenti ed intensi, è riuscito anche questa volta nel suo intento, ovvero quello di scrivere un romanzo da leggere tutto d’un fiato, che non ti obbliga a imbarazzanti riepiloghi perché ci si è persi un po’ di particolari per strada. Un romanzo che ha come pregio la brevità, ma talmente coinvolgente che vorresti non finisse mai."
Per chi volesse continuare a leggere, lascio qui il link.

Un'altra recensione è apparsa sulla testata virtuale Dream Magazine.
Anche in questo caso lascio agli interessanti il link da cliccare.

mercoledì 14 aprile 2010

NeRoStOrIa - Giulio Cesare d'Austria, il principe nero della Casa d'Asburgo


Quando si dice talis pater, talis filius. In questo caso però, padre e figlio non potrebbero essere più diversi. Certo, l’augusto genitore, il grande Rodolfo di Boemia (qui a sinistra nel ritratto) fu afflitto, negli ultimi anni della sua esistenza, da una grave forma di malinconia (depressione, diremmo oggi, con un termine ormai abusato).
Ma il figlio illegittimo dell’imperatore, don Giulio, era classicamente e banalmente pazzo. Ma andiamo con ordine. Siamo agli inizi del Seicento e Rodolfo d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, ha spostato la capitale da Vienna a Praga.
E’ uno dei più grandi mecenati di tutti i tempi e colleziona una quantità impressionante di opere d’arte. Non solo. Il sovrano si dedica alle scienze occulte e la sua corte è frequentata da loschi figuri, come John Dee ed Edward Kelly e pare che proprio per le sue mani sia transitato il famosissimo manoscritto Voynich.
Come un’altra grande sovrana contemporanea, Elisabetta Tudor, Rodolfo non si sposerà mai. Ha, però, un’amante: Anna Maria Strada. La Strada gli dà, probabilmente, diversi figli illegittimi. Tra tutti, il più amato e infelice, è proprio Giulio Cesare d’Asburgo. Nasce intorno al 1585 e di lui il nunzio apostolico in Boemia monsignor Ferreri dice che è selvaggio e violento. Nel 1605 Rodolfo nomina il figlio Signore di Krumlov, una provincia dell'impero. Nel 1607 Giulio prende Markéta Pichlerová, la figlia di un cerusico locale, come sua concubina.
castello di Krumlov

Per ragioni che non siamo in grado di ricostruire Giulio Cesare ebbe un accesso d’ira verso la ragazza. La aggredì con una spada e la gettò dalla finestra. Questa defenestrazione, tuttavia, non ebbe l’effetto sperato di ammazzare la povera vittima. La ragazza riuscì in qualche modo a raggiungere la casa del padre e a nascondersi. Non appena don Giulio seppe che la giovane era ancora viva, ordinò che fosse ricondotta al castello. La sventurata non venne trovata e, al suo posto, il cerusico suo padre fu messo in catene e condannato a morte.
Dopo qualche giorno, per scongiurare la minaccia di morte, ricompaiono moglie e figlia del cerusico. Markéta, avendole il principe promesso l'incolumità, si consegna in cambio della scarcerazione del padre.
Viene accontentata e, per qualche tempo, tutto fila liscio. Una sera, uno dei servitori si reca ad attizzare le candele nella stanza del Signore e, spalancato l'uscio, si trova di fronte una scena orrenda.
La giovane donna indossa una veste da notte ed è stesa sul grande letto. Il principe, chino su di lei, infierisce sul povero corpo, smembrandolo pezzo per pezzo e spargendo brani di carne per la camera.
Il mattino dopo, il principe viene trovato accanto al cadavere, con le lacrime agli occhi, intento ad accarezzare le ferite che egli stesso ha inferto. Come se un altro avesse agito al suo posto, dispone delle esequie solenni per la fanciulla. Il corpo deve essere messo nella bara pezzo per pezzo.
Poi Giulio comincia a vagare per i campi, coperto di sangue e con uno sguardo tanto folle che neanche i cani osano avvicinarlo.
Arriveranno a prenderlo le guardie dell’imperatore, avvisato della tragedia. Giulio d’Asburgo viene imprigionato a Krumlov e sottoposto a una serie interminabili di cure, dalle abluzioni con erbe curative ai salassi.
Ma il principe rimane impenetrabile nella sua follia e urla indecenze ai religiosi che si avvicinano per liberarlo dal Male. Rifiuta di lavarsi e di nutrirsi. Il suo stato di salute peggiora.
Scrive un cronista contemporaneo: "il 25 giugno 1609 don Giulio Cesare d’Austria, il bastardo, rende la sua anima maledetta al diavolo".

Fonti:
Mad princes of renaissance Germany di H. C. Erik Midelfort

lunedì 12 aprile 2010

NERAINTERVISTA - Artemisia Loro Piana e il noir "Mare di Fiele"


Artemisia Loro Piana vive a Biella. Ha lavorato presso il Municipio di Valle Mosso fino al 2008. Ora occupa la maggior parte del suo tempo scrivendo e dipingendo quadri naif. Nel 2006 ha pubblicato il suo primo libro, Imperfetto ( Il Filo).
"Mare di Fiele" è il suo ultimo lavoro, vincitore del premio Thriller Magazine.
Artemisia ha accettato di rispondere alle domande della Neraintervista.

1. "Mare di fiele" è un thriller ambientato a Biella. Da quali riflessioni e inquietudini nasce questa storia?

Sono impulsiva e insicura. Faccio parte di quella categoria di persone che dovrebbero contare fino a dieci prima di parlare, ma non riesco mai ad andare oltre al due. Avevo avuto una discussione, banale, eppure ero consapevole che sarei rimasta inquieta a lungo.
Dal balcone fissavo l'orizzonte, con la sigaretta in mano, riflettendo sull'assurdità della mia irrequietezza. Era un bel tramonto. «E' adesso che gli dei ci giudicano per le cose che abbiamo fatto in questa giornata. Cerca di avere sempre la loro approvazione, se vuoi che il tuo sonno sia sereno». Da dove arrivasse quel pensiero non me lo domandai, ma era una bella frase per iniziare una storia. Scrivere è terapeutico; mi rilassa. Mi sedetti al PC e la scrissi subito, per non farmela scappare, mentre nella mia mente prendevano già forma le prime battute. Ho sempre amato il thriller, nei libri e sullo schermo; quello lo sarebbe stato. Dovevo solo decidere se la donna sul balcone era l'assassino o stava dalla parte della legge. Optai per la seconda ipotesi, in considerazione del fatto che il personaggio avrebbe avuto molto di me; essere un agente investigativo rientrerebbe nelle mie aspirazioni, mi fosse concessa una seconda vita. Biella è la mia città; è più facile muovermi in un ambiente che si conosce; non rimaneva che infilarmi nel personaggio e lasciarlo muovere liberamente. La storia sarebbe venuta da sola.

2. La protagonista del tuo romanzo è una giovane poliziotta, Virginia. Una donna ostinata e nello stesso tempo fragile, vittima di insicurezze e di rituali ossessivi. Quanto c'è di te in lei?

Nella recensione hai scritto: ostinata oltre la ragionevolezza, istintiva e vittima di rituali ossessivi fintamente rassicuranti. Ma…. stai parlando di me? :)

3. Il tuo romanzo si potrebbe inserire nel filone del "Nero italiano", storie ambientate nella provincia del Bel Paese. Che rapporto hai con il cosiddetto "Poliziesco all'italiana"?

Nessuno. Non ho mai letto un poliziesco all'italiana. Forse è tempo di fare ammenda. Amo il thriller più bizzarro, dove i personaggi sono meno ancorati alla realtà di tutti i giorni. A meno che tu non includa il romanzo di Carrisi nel Nero Italiano. Il Suggeritore mi ha affascinata oltremodo.

4. Nell'epoca del DNA e della tecnologia, delle superspecialistiche investigazioni del RIS, quanto conta ancora il talento investigativo del poliziotto?

Moltissimo. L'intuito è indispensabile. Le nuove tecnologie appianano la strada, ma se l'indagine non è condotta da un investigatore sagace, con una mente aperta a tutto, anche all'impossibile, non sono sufficienti.

5. Qual è il tuo rapporto con la scrittura e quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ero adolescente quando mi innamorai di E.A.POE, sui banchi di scuola, su testi in originale. La proprietà di linguaggio, la terminologia, concisa ed efficace mi affascinarono ancor più delle storie fantastiche che creava. Lo invidiai e come ogni adolescente cerca di emulare il proprio mito, io cominciai a fantasticare e scribacchiare racconti fantastici. Poi la gioventù adulta che ti trascina, il lavoro, le prime responsabilità quindi l'età più matura presero buona parte del mio tempo e l'inventare storie divenne sporadico. Più avanti negli anni, ho ritrovato non solo lo spazio per questa passione ma anche una voglia ancor più intensa di farlo. Scrivere è un piacere che viene dal di dentro, ma anche una sfida con se stessi. Vuoi vedere fin dove può arrivare la tua fantasia, a volte ti stupisci per cosa il tuo cervello è riuscito ad elaborare e ti senti gratificato. Ho cominciato con brevi racconti e non sempre fantastici, qualcuno tragicomico, poi il mio primo Libro, Imperfetto, che è stato un «vomitare» attraverso una storia di fantasia, piena di personaggi allegorici e quasi surreali, tanti groppi che avevo in gola. Ma la mia passione è il thriller. Costruire Mar di Fiele è stato elettrizzante. La storia ( non avevo nessuna idea quando ho iniziato ) è venuta da sola. Mi è bastato entrare nel personaggio principale e sono saltati fuori tutti gli altri e gli accadimenti. Non sono io ad aver condotto Virginia, lei ha condotto me. Scrivo d'istinto, senza sapere cosa viene dopo, momento per momento.
Non ho intenzione di fare di Virginia Gronda un personaggio seriale. Al momento sono alle prese con un altro personaggio, molto più complesso e interessante e la trama della storia mi pare avvincente e molto «togli-sonno ».

Grazie Artemisia! Per chi fosse interessato, il romanzo "Mare di Fiele" è acquistabile presso i principali bookstore online e ordinabile in libreria.

mercoledì 7 aprile 2010

Recensione - Mare di Fiele


Un'avvincente indagine nel mondo della clandestinità e della prostituzione, una giovane poliziotta costretta a fare i conti con le sue debolezze, un assassino che si aggira nel capoluogo piemontese

Se Biella vi sembra un posto tranquillo, questo romanzo potrebbe farvi cambiare idea. “Mare di Fiele”, libro vincitore del Premio Thriller Magazine, è ambientato proprio nella graziosa cittadina piemontese, rannicchiata ai piedi delle Alpi.
Il libro, edito dai tipi della Delos, beneficia di una copertina accattivante e di una veste grafica agile e curata.
Protagonista della storia una giovane poliziotta, Virginia Gronda, soprannominata dai colleghi “l’Orso” per la sua scarsa attitudine a socializzare. Virginia è una creatura introversa e ostinata, in perenne conflitto con una madre assente e frivola, e profondamente segnata dalla perdita del padre. In una notte più movimentata del solito, l’agente Gronda è costretta a sparare a l’idolo rock del momento. E’ legittima difesa, ma Virginia viene comunque sottoposta a una severa inchiesta e deve consegnare il distintivo. Proprio mentre la giovane donna sta cercando di raccogliere i frammenti della sua esistenza, viene coinvolta in un nuovo fatto di sangue. Il ritrovamento di un cadavere, quello di Mariana Ghergut, uccisa e collocata su una panchina pubblica, con uno spillone conficcato nel cuore. Virginia è tra le prime persone ad accorrere sul posto: Mariana era una sua vicina di casa; di origini rumene, la Ghergut aveva beneficiato dell’aiuto della poliziotta per regolarizzare la propria posizione di straniera.
Suo malgrado Virginia finisce per rimanere invischiata nell’indagine, anche perché il nuovo magistrato, Lorenzo De Rienzo sembra nutrire per lei un sentimento che valica i confini della stima professionale.
Inizia un percorso di indagine che porterà la protagonista a scavare nel torbido nel mondo della clandestinità e della prostituzione, fino a giungere a una verità sorprendente e che la riguarda molto da vicino.
In questa interessante prova narrativa, Artemisia Loro Piana riesce a costruire un personaggio intenso e non privo di sfaccettature. Virginia è ostinata oltre la ragionevolezza, istintiva, sola, e vittima di rituali ossessivi fintamente rassicuranti. La complessità di questo personaggio si intreccia con il tema del doppio e della doppiezza, tanto forte nelle piccole comunità dove, spesso, si tende a nascondere e a occultare ciò che è diverso e quindi più difficilmente comprensibile. La prosa asciutta ed efficace supporta i meccanismi di un buon giallo, che riesce ad avvincere il lettore fino all’ultima pagina.
Il personaggio di Virginia Gronda ben si potrebbe prestare a una certa serialità narrativa. Speriamo, dunque, di leggere presto una nuova avventura della giovane poliziotta biellese.

sabato 3 aprile 2010

BUONA PASQUA




BUONA PASQUA A TUTTI GLI AMICI DI BLOG!!!!