martedì 21 settembre 2010

Recensione - Dannata per troppo amore: la Caterina de'Medici di Jeanne Kalogridis


Dopo il successo dei precedenti romanzi storici ad ambientazione rinascimentale (Alla corte dei Borgia e L'enigma della Gioconda), la versatile autrice statunitense Jeanne Kalogridis torna alla carica, con il romanzo "La regina maledetta".
Ormai abituale frequentatrice delle corti europee, la Kalogridis ci propone la biografia romanzata della discussa regina nera di Francia, Caterina de'Medici, sposa di
Enrico di Valois. Il racconto, che si svolge secondo la collaudata (nei precedenti libri) formula della narrazione in prima persona, abbraccia il vasto arco temporale che va dall'infanzia di Caterina fino al massacro della notte di San Bartolomeo.

Caterina nasce a Firenze nel 1512, figlia di Lorenzo II de'Medici (duca di Urbino) e di Madeleine de La Tour d'Auvergne. Per linea paterna, dunque, Caterina discende direttamente da Lorenzo il Magnifico. La madre, che muore nel darla alla luce, è di altissimo lignaggio e proviene da una delle più illustri famiglie di Francia. Vittima delle agitazioni fiorentine contro i Medici, la futura sovrana viene catturata e tenuta in cattività nel convento delle Murate. Viene liberata quando ormai ha quattordici anni. Per diritto di nascita, sarebbe destinata a governare Firenze. Invece, lo zio papa Clemente VII (al secolo Giulio de'Medici) mette sul trono della città toscana Alessandro il Moro, fratellastro di Caterina o, secondo alcune fonti, figlio dello stesso Clemente.
La giovane viene data in sposa al principe Enrico di Valois, suo coetaneo, all'epoca secondo in linea di successione al trono di Francia. Il romanzo prosegue raccontando le iniziali difficoltà di Caterina alla corte dei Valois, gli intrighi e le macchinazioni. Alla morte del fratello Francesco, Enrico diviene delfino di Francia, cioè erede al trono e futuro sovrano. Non tutti i nobili gradiscono Caterina, considerata "la straniera" e di basso rango, non all'altezza di un principe del sangue. Si comincia a parlare di mesalliance, cioè di nozze morganatiche. A peggiorare le cose, per dieci anni il ventre di Caterina rimane sterile e non riesce a concepire un erede.
La famiglia dei duchi di Guisa è decisa a indurre il re a ripudiare Caterina e per farlo di serve di madame de Poitiers, la stagionata ma fascinosissima ( e molto influente) favorita di Enrico di Valois.
Insomma, in un primo momento, Caterina sembra spacciata, destinata a fare i bagagli e lasciare la corte del Louvre. Invece...
Invece, tutto si ribalta. Caterina riesce ad avere, nei successivi dieci anni di matrimonio, dieci figli e a conquistare un sempre più solido posto al fianco del re. Per spiegare questo "ribaltone" del destino, la Kalogridis rispolvera il mito della Regina Nera. Insomma, la sovrana sarebbe ricorsa ai talenti del mago astrologo Cosimo Ruggieri per invocare forze demoniache e rendere fertile il suo ventre.
Ma questo sovverimento della natura non può avvenire senza conseguenze, ed ecco che il filo rosso del dramma riparatore si dipana, rendendo dannata la progenie della regina di Francia.
Un romanzo poderoso, in cui la ricostruzione storica è, come sempre nelle opere della Kalogridis, molto accurata. L'Autrice introduce alcune semplificazioni, per esempio non menzionando alcuni figli della coppia reale (ovvero Claudia, duchessa di Lorena, e Francesco, l'ultimo figlio maschio, duca d'Alençon). Una scelta di certo condivisibile, per evitare di appesantire la narrazione.
La Kalogridis, non nuova ai racconti gotici/ horror (è autrice di una trilogia sui vampiri), enfatizza gli interessi alchemici e esoterici della regina, con delle pagine che appaiono assolutamente degne di un romanzo horror. Indulge un po' troppo, tuttavia, nella descrizione dei rituali, nella creazione dei talismani, e nelle elucubrazioni sui temi natali, con una tendenza alla ripetitività che si fa sentire soprattutto verso la fine del romanzo.
Il libro rimane comunque una lettura scorrevole e avvincente, e consente di approfondire, con la leggerezza del racconto, il tema della lotta tra ugonotti e cattoloci che sfociò, proprio sotto la reggenza di Caterina, nel già menzionato massacro della notte di San Bartolomeo.
Vi lascio con con video della Reine Margot, in cui Virna Lisi dà vita a una spledinda Caterina de'Medici.





lunedì 13 settembre 2010

Neraintervista - Alessandro Perissinotto e il ruolo sociale del noir

Alessandro Perissinotto nasce a Torino nel 1964. Si laurea in Lettere con una tesi sulla semiotica e attualmente insegna "Teorie e tecniche della scrittura" presso l'Università di Torino. Approda alla narrativa nel 1997, con il romanzo storico L'anno che uccisero Rosetta. Seguono poi La canzone di Colombano e Treno 8017.

Nel 2004 esce il romanzo epistolare Al mio giudice, premio Grinzane Cavour 2005 per la narrativa italiana. I successivi tre romanzi (Una picccola storia ignobile, L'ultima notte bianca, e L'orchestra del Titanic) sono incentrati sulla figura di Anna Pavesi, psicologa che si ritrova, quasi suo malgrado, detective alla ricerca di persone scomparse.
Nel 2009, pubblica il suo ultimo lavoro Per vendetta. Ha curato la traduzione di alcuni romanzi di Jean Christophe Grangé ed è autore di saggi.
Alessandro ha accettato di rispondere ad alcune domande della neraintervista:


1. Nel tuo romanzo d'esordio "L'anno che uccisero Rosetta", in cui un commissario deve indagare su un omicidio avvenuto durante gli anni venti, scegli un'ambientazione quasi surreale, un piccolo paese bloccato dalla neve, come a creare una sorta di "camera chiusa". Ci puoi raccontare qualcosa sulla genesi del tuo primo lavoro?

L’anno che uccisero Rosetta nasce dalla voglia di raccontare il paese di montagna nel quale sono cresciuto, di raccontare un mondo arcaico che lì è sopravvissuto fino agli anni ’70. Per raccontare questo mondo ho deciso di utilizzare la formula del poliziesco, ma più che il centro della narrazione, il crimine mi sembrava un pretesto per raccontare quella mia personalissima “Macondo”.

2. Nella trilogia di Anna Pavesi (Una piccola storia ignobile, L'ultima notte bianca, L'orchestra del Titanic), scende in campo un'insolita investigatrice: una psicologa quarantenne, delusa dalla vita e dai sentimenti, che si trova detective quasi per caso. Uno scrittore che narra in prima persona le vicende di una donna. E' stato difficile il processo di immedesimazione con questo personaggio? Esiste, secondo te, un modo di pensare maschile e uno femminile?

Per rispondere a queste domande devo innanzitutto chiarire che io non credo che esista un prototipo di femminilità e un prototipo di mascolinità: esistono donne e uomini, singoli, unici, irripetibili. Quindi, nel creare Anna Pavesi non ho cercato di calarmi nei panni “delle donne”, ma di una donna specifica. Il processo di immedesimazione è stato dunque difficile, ma lo è sempre quando devi calarti nei panni di un personaggio, maschile o femminile che sia. Molte lettrici mi hanno detto che avevo descritto perfettamente la psicologia femminile, perché loro, in quelle circostanze si sarebbero comportate come la mia protagonista; altre mi hanno detto (e più spesso scritto sui blog) che non avevo capito niente della psicologia femminile perché loro, nelle stesse circostanze, si sarebbero comportate diversamente. Anch’io tendenzialmente mi comporto differentemente da Berlusconi, ma è assurdo stabilire chi dei due interpreti il pensiero maschile.

3. Nella trilogia di Anna Pavesi, pur dando alla narrazione u'impronta molto sciolta, quasi da articolo di nera, affronti tematiche molto delicate: la vita degli extracomunitari, il burnout degli operatori sanitari, e l'indifferenza del consumismo più spinto (per esempio quello dei villaggi turistici). Il noir può rappresentare un "pretesto letterario" per aprire uno squarcio sul sociale?

Io ho sempre creduto al ruolo sociale del noir e ritengo che la storia letteraria del periodo 1990-2007 ci abbia fornito ottimi esempi di poliziesco impegnato; negli ultimi anni però, mi sembra che a conquistare i gusti del pubblico sia nuovamente il poliziesco di puro intrattenimento. E’ un peccato.

4. Integri la tua attività di scrittore con quella di docente universitario. Quanto influisce quest'ultimo lavoro sulla tua produzione letteraria e sulla tua "ispirazione"?

L’insegnamento e la ricerca mi danno alcuni strumenti di analisi del testo e mi aiutano ad essere consapevole dei registri e dello stile che impiego. Insegnando “Teorie e tecniche delle scritture” non posso accontentarmi di scrivere qualcosa perché mi nasce dentro così, mi devo interrogare circa i meccanismi della scrittura per fare in modo da poterli spiegare ai miei studenti.

5. Nel tuo romanzo "Per vendetta" abbandoni il noir classico per un romanzo che affronta temi scottanti, come il rapporto tra il Vaticano, la P2 e la dittatura argentina degli anni 70. Come nasce questa nuova storia?

L’idea è nata in Argentina, guardando un manifesto che, a distanza di trent’anni dalla fine della dittatura, denunciava ancora un torturatore impunito. Ho cercato di raccontare una storia che fosse esemplare della condizione in cui si trova chi non ha ottenuto giustizia per i torti subiti. Per raccontarla ho dovuto per forza scavare nella memoria è far riemergere vecchie colpe mai pagate, come quelle dei vertici vaticani che hanno dato un grande contributo al genocidio argentino; o come quelle degli italiani iscritti alla P2, i quali, dopo aver aiutato i torturatori sudamericani, siedono ancora oggi su poltrone di prestigio.
Grazie ad Alessandro Perissinotto! Per chi vuole approfondire, lascio qui il link al sito dell'Autore.
Questo, invece, è il booktrailer di Per vendetta:

lunedì 6 settembre 2010

Recensione- L'ultima notte bianca di Alessandro Perissinotto


Le avevo quasi dimenticate, in questa continua fuga in avanti, le olimpiadi invernali del 2006. Quelle di Torino. E invece, prendendo in mano questo romanzo di Alessandro Perissinotto, ci sono ricascato in pieno, in un risucchio spazio-temporale e con un brivido. Primo, perché in quel periodo c'ero, a Torino, anche se per tutte altre ragioni. Ricordo un freddo pazzesco, e una carrellata di immagini, a volte sfocate, della città sabauda. Secondo, perché il 2006 è un anno importante per me: è nato mio figlio. Che, guarda caso, si chiama Alessandro.
Quindi mi sono accostato con un po' di sentimentalismo a questo romanzo, seconda puntata della trilogia dedicata alla psicologa investigratrice, Anna Pavesi (per chi si fosse perso la prima puntata, può trovare la recensione cliccando qui).
Quarentenne, reduce da un divorzio, Anna si sta appena riprendendo. Ha lasciato Torino per Bergamo e qui vive con la sua gatta Morgana. Ha messo in piedi una storia clandestina con Marco, medico e sposato. Improvvisamente, viene chiamata da una sua ex collega, la Piera, la quale è allarmata per la scomparsa di Germana, un'operatrice socio-sanitaria che lavora di notte, per il recupero dei tossicodipendenti. Insomma, Piera chiede alla psicologa di indagare, di aiutarla a scoprire che fine abbia fatto Germana.
Per la Pavesi non è facile. Deve ritornare a Torino, affrontare l'ex-marito, tirare fuori vecchi scheletri nascosti nell'armadio. Non è facile, ma decide di andare, di offrire il suo aiuto.
Inizia una vera e propria discesa nei ricordi, e nella città. E' incredibile quanti temi siano abilmente condensati in questo volumetto che scorre leggero e veloce tra le dita.
Si parla di burnout, il dramma che a volte colpisce chi opera nel sociale e nella sanità. Ma anche di tossicodipendenza e in alcuni quartieri sembra di rivedere la Berlino di Christiane F.
Soprattutto, in questo libro, c'è la città, quella segreta e nascosta dietro le quinte di cartapesta innalzate per le Olimpiadi. La città "garbata" in cui le buone maniere sembrano attuttire ogni rumore, ogni palpito. La città con il suo fiume, lento e onnivoro, pronto a inghiottire e occultare quello che la società rifiuta.
Un bel romanzo e una bella protagonista. Perché Anna, incredibilmente e contrariamente a molti "archetipi" letterari, non fa sempre la cosa giusta. Ovvero, non necessariamente decide di rispettare e di adottare le regole della comune morale. Non incline a condannare, la sua indagine è in primo luogo una ricerca delle motivazioni. E quando queste sono umane, anzi umanissime, la nostra Pavesi rimane quasi annichilita, esterefatta, di fronte alla miseria della vita.