domenica 28 ottobre 2012

[Intervista]- Giorgio Ballario e il fascino del Giallo Coloniale

Classe 1964, Giorgio Ballario è nato a Torino. Giornalista, ha lavorato per l'agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente per svariati quotidiani nazionali (Il Messaggero, Il Giorno, L'Indipendente) e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria.
Nel giugno del 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo, Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni), primo romanzo in cui compare il maggiore Morosini; il libro ha ottenuto un lusinghiero successo di critica e pubblico ed è stato ristampato a dicembre dello stesso anno. In seguito ha pubblicato Una donna di troppo (2009), sempre per i tipi Angolo Manzoni, secondo romanzo del ciclo di Morosini. Nel 2010 è uscito Il volo della cicala, di ambientazione contemporanea con il detective Hector Perazzo.
Nel 2012 esce il terzo romanzo della serie coloniale "Le rose di Axum", edito dalla Hobby&Work.
Giorgio è stato così gentile da rispondere ad alcune domande:

- Nei tuoi romanzi "Morire è un attimo", "Una donna di troppo", fino al recente "Le rose di Axum", hai scelto l'ambientazione coloniale. Piuttosto originale e poco trattata in ambito narrativo. Ci vuoi spiegare perché proprio questo scenario e come è nata l'idea?

Sono sempre stato attratto dall'Africa e dal passato coloniale italiano: da bambino sentivo spesso parlare di parenti che erano stati laggiù per la guerra, per lavoro o in veste di missionari. Ed esperienze analoghe possono vantare decine di migliaia di famiglie italiane, come ho potuto verificare andando in giro per l’Italia dopo aver pubblicato i primi romanzi: il passato coloniale, sia pure sotto traccia, appartiene ancora alla memoria collettiva del nostro Paese. Poi ho anche fatto un ragionamento: si tratta di un periodo e un ambiente poco sfruttati, non solo dalla narrativa ma anche da cinema e tivù. Per cui mi sono convinto che l’Africa orientale fosse una scelta originale, come cornice di un giallo. Sappiamo tutto della conquista del Far West americano e dell’epopea della Frontiera, piuttosto che del colonialismo inglese in India o in Kenya; e molti neppure conoscono la storia della presenza italiana in Africa. Trascurando così uno straordinario scenario per raccontare storie, la “nostra” frontiera.

- Come si è svolto il lavoro di documentazione: hai potuto accedere a qualche testimonianza "diretta"? Hai fatto dei sopralluoghi?
Nelle pagine dei miei romanzi “coloniali” mi interessa ricostruire non solo i fatti storici dell'epoca, ma anche – anzi, soprattutto - gli aspetti culturali e materiali, la vita quotidiana nelle Colonie e naturalmente un'adeguata cornice geografica e ambientale. Per documentarmi ho letto un po' di libri storici, ma soprattutto vecchi testi dell'epoca trovati sulle bancarelle dei libri usati. Sono state fondamentali un paio di guide del Touring Club degli anni Trenta, che mi hanno fornito informazioni dettagliatissime su qualsiasi aspetto: dalla topografia delle città alle notizie etnografiche sulle popolazioni locali, dalla flora alla fauna dell'Africa orientale. E poi è stato molto utile l’archivio online del giornale per cui lavoro, La Stampa, che ha messo in rete la versione digitale di tutti i giornali usciti dal 1867 ad oggi. Le edizioni degli anni Trenta, all’epoca della Guerra d’Africa, sono una miniera… Dopo i primi due romanzi, inoltre, ho fatto un viaggio in Eritrea e ho potuto vedere di persona scenari che avevo solo immaginato documentandomi sui libri.  

- Il maggiore Morosini è il protagonista della tua trilogia coloniale: sensibile al fascino femminile, legge Seneca e pare che utilizzi la logica più dell'azione nella risoluzione dei misteri. Quanto c'è di te in lui?

Mentirei se dicessi che il personaggio non ha nulla a che vedere con me, con le mie esperienze di vita e con la mia visione del mondo, però sarebbe anche falso dire che Morosini è il mio alter ego. Ci sono alcuni punti di contatto, ma poi il personaggio letterario va per conto suo. Anche perché, non dimentichiamolo, Morosini vive e pensa come un uomo degli anni Trenta: non c’è nulla di peggio, nei romanzi storici, di personaggi che si aggirano per i secoli con la forma mentis dell’uomo contemporaneo. Quanto al metodo investigativo di Morosini, non vorrei che si pensasse a una specie di Sherlock Holmes in divisa da carabiniere. E’ vero, non è un detective tutto muscoli e azione; ma neppure un genio cervellotico come tanti protagonisti di romanzi gialli, specie anglosassoni: nelle mie intenzioni è un uomo normale, simile a molti poliziotti e carabinieri “veri”, che a volte sbagliano, altre volte non sanno che pesci pigliare, e in generale risolvono i casi grazie all’esperienza, alla professionalità, alla tenacia e persino in virtù di inaspettate botte di fortuna.

- Nel 2010 è uscito il romanzo "Il volo della cicala", in cui troviamo il detective Hector Perazzo, italo-argentino, protagonista di un giallo ambientato a Torino. La città sabauda, con il suo velo malinconico e la sua anima fluviale, è considerata un luogo molto "noir". Quanto ha pesato questa atmosfera nella scelta dell'ambientazione di questo tuo romanzo?

Hector è un po’ l’altra faccia della medaglia rispetto al maggiore Morosini: è un solitario, un individualista anarchico sbruffone ma anche malinconico, cinico e bastian contrario, come si dice dalle mie parti. E si muove nella complessità del mondo contemporaneo e della società globalizzata. E’ un personaggio al quale sono molto affezionato, anche se per ora è uscito un solo romanzo che lo vede protagonista: ho un paio di altre storie nel cassetto, ma per ora non c’è stata occasione di tirarle fuori. A dir la verità “Il volo della cicala” è solo parzialmente ambientato a Torino, la maggior parte dell’azione si svolge in una Creta assai poco turistica: invernale, piovosa e tutt’altro che balneare. Però è vero che Torino è una città che ha molti aspetti “noir” e spero un giorno di poter scrivere qualcosa di ambientazione veramente “torinese”.
- Ci racconti che cosa bolle in pentola: ci sarà un seguito delle avventure di Morosini?

Sì, posso darti un’anticipazione visto che proprio nei giorni scorsi ho consegnato il nuovo manoscritto al mio editore, Hobby &Work, che ha pubblicato “Le rose di Axum” ed è rimasto soddisfatto di come è stato accolto il terzo romanzo del ciclo coloniale. La nuova indagine di Morosini (titolo provvisorio “Le nebbie di Massaua”) dovrebbe uscire la prossima primavera e rispetto al precedente ci saranno alcune differenze sia nella psicologia del personaggio, sia nelle modalità dell’indagine. Essendo arrivati al quarto capitolo della saga morosiniana ho cercato di introdurre elementi di novità che mi hanno intrigato: mi auguro possano essere ben accetti anche da parte dei lettori.  

Grazie a Giorgio per la sua disponibilità. Chi volesse maggiori informazioni, le può ottenere sul sito dell'autore.

giovedì 11 ottobre 2012

[Segnalazione]- Presentazione in Tuscia di Sangue giudeo e il Premio Europeo di Letteratura Gialla.

Per me è un grande piacere segnalare che il mio romanzo "Sangue giudeo"  verrà presentato il 13 ottobre 2012 alle ore 17,30 presso il Salone del Quarto Stato del Museo Delle Tradizioni Popolari di Canepina. I relatori saranno: Prof. Enzo Palmisciano (Università della Tuscia), Prof. Quirino Galli (Direttore del Museo), Dott. Francesco Corsi (Delegato alla cultura del Comune di Canepina).
Canepina è un paese in provincia di Viterbo, la cue fondazione alcune fonti fanno risalire all'anno 1058. Ogni anno organizza dei magnifici festeggiamenti in occasione delle Giornate della Castagna. Qui a lato vedete il suggestivo castello degli Anguillara che domina il paese.

Un'altra segnalazione, di tutt'altro genere, riguarda invece il Premio Europeo di Letteratura Gialla.
Dal 15 settembre al 10 novembre 2012, in vari città della Germania settentrionale, si terrà il più grande festival internazionale della letteratura gialla, che conta sulla presenza di autori "top", sia nazionali che internazionali. Il 10 novembre si svolgerà la terza edizione del Premio Europeo Letteratura Gialla che darà un riconoscimento all'autore la cui opera dimostra una particolare responsabilità, che abbia contribuito allo sviluppo di questo genere letterario e che abbia raggiunto una particolare accoglienza a livello europeo.  

Partecipate al voto finale Ripper Award 2012 - European Crime Fiction Star Award -------------------------------------------------  
Tre sono gli scrittori finalisti per il "Ripper Award 2012":

Veit Heinichen
Petros Markaris
Fred Vargas

I tre sono stati scelti da una giuria di sette scrittori europei. Ma il voto finale per lo scrittore favorito spetta al pubblico, al quale è chiesto di participare numeroso sul sito. Per votare basta cliccare qui.
A presto!

domenica 7 ottobre 2012

[Intervista]- Con Veit Heinichen il meditterraneo si tinge di nero.


La strada che porta alla scrittura a volte è tortuosa. Veit Heinichen, per esempio, ha vissuto diverse vite in cui faceva altro, dal dirigente della Mercedes al libraio. Poi c’è stata una svolta e ha cominciato a mettere nero su bianco le avventure del suo personaggio, il commissario Proteo Laurenti.
Heinichen si è laureato in economia a Stoccarda, ottenendo una borsa di studio della Mercedes-Benz per la quale ha anche lavorato nella sede della direzione generale. Ha lavorato come libraio e ha collaborato con diversi editori. Dal 1997 vive a Trieste, una città di mare e di confine dove ha voluto ambientare i suoi romanzi, che sono tutti dei bestseller in Germania e Austria. A partire dal 2003 sono stati tradotti anche in italiano, olandese, francese, sloveno, greco, norvegese e spagnolo.
Il principale protagonista dei suoi libri gialli è la città di Trieste con le sue complessità, la bora, la sua multiculturalità. Di Heinichen abbiamo già parlato a proposito del suo primo romanzo I morti del Carso e della bella storia Danza Macabra
Veit ha accettato di rispondere a qualche domanda per La vibrazione nera:

1) Trieste, crocevia di cultura ed etnie. Come è nato il suo rapporto con questa città e quando ha deciso che sarebbe diventata la costante ambientazione delle sue storie?

Città di Basaglia, città di confine. Era il 2 gennaio del 1980 quando la mia curiosità mi portava per la prima volta a Trieste, volevo vedere questa città il cui nome era famoso in tutto il mondo per quattro motivi: la sua fortissima crescita economica e demografica nel suo passato più recente dopo il 1719, e nel 20° secolo il destino di essere diventata la città a sud della Cortina di ferro, il motore della riforma psichiatrica ed evidentemente la vera capitale della letteratura mondiale poiché la letteratura è sempre nata in tante lingue diverse: italiano, sloveno, tedesco, inglese, francese, serbo, greco ecc. Grandi nomi da Casanova a Sigmund Freud, da Jules Verne a Srečko Kosovel,  da James Joyce a Italo Svevo, Umberto Saba a Ivo Andrić, Richard Francis Burton a Boris Pahor e Magris.
Il mio primo approccio fu troppo rapido per capire granché. Essendo una persona avida di sapere (un gran rompiballe come dice qualcuna a me molto vicino, uno che chiede spesso “perché”), allora sono tornato dopo poco, inconsapevole di quello che sarebbe successo in seguito tra me e questa città. Dico sempre che il destino era più forte di me. In verità ho conosciuto gente con cui siamo diventati amici, e  questo mi ha spinto a tornare più frequentemente, finché sono diventato pendolare tra le mie varie realtà professionali al nord delle Alpi (ero editore, dirigente e anche fondatore di famose case editrici internazionali). Le compagnie aeree ne hanno approfittato bene, non esisteva ancora il Low cost. E dopo anni in cui sono vissuto con due identità mi sono deciso per quella più libera. Ho mollato tutto nella grande “Crucconia”, cambiato lato della scrivania e ho cercato di dare spazio a una passione che avevo avuto già da piccolo: scrivere. Era un altissimo rischio e dovevo farlo sotto gli occhi dei miei ex-colleghi, in parte invidiosi e in parte diffidenti. Ma se non rischi, non vinci. Così Trieste fortunatamente è diventata definitivamente la mia unica casa. Finalmente sono diventato stanziale dopo tredici traslochi per motivi di lavoro in quattro paesi europei.
Come dimostra la storia della letteratura di Trieste sembra che sia quasi impossibile non scrivere qui. È il luogo di massimi contrasti, contraddizioni, confini e anche dei ponti tra di essi. Trieste è una grande fornitrice di materia prima, un incubatore di storie. Qui l’Europa è a casa, oltre novanta etnie hanno contribuito allo sviluppo della città - e anche al suo declino. Non poteva essere diversamente: la città stessa è diventata uno dei protagonisti dei miei romanzi.

2) Il protagonista Proteo Laurenti è un partenopeo trapiantato al Nord. Legato alla famiglia, ma allo stesso tempo fedifrago, persegue la giustizia con metodi a volte poco ortodossi. Quanto c'è di Lei in questo personaggio?

Il commissario non è il mio alter ego! Iniziamo col fatto che lui ha una professione ben diversa della mia, che lui ha qualche anno più di me e tre figli; io no, è nato a Salerno con quattro fratelli. Beh, anch’io sono nato nell’estremo sud dalla Germania (e qualcuno per questo mi ha definito “terrone tedesco”). Poi io sono nato vicino a due confini, in quel triangolo tra la Francia e la Svizzera, ho avuto un’altra formazione, ho studiato economia, ho lavorato nella mia prima vita nella direzione generale della Mercedes, poi sono diventato libraio e dopo ancora editore, scrittore. Laurenti ed io condividiamo poche cose: primo, frequentiamo gli stessi bar e ristoranti (ma quando lui entra io esco, sono stufo di pagare sempre il suo conto, lui beve tanto e molto bene), e poi entrambi veniamo da “fuori” Trieste, e questo significa che non siamo cresciuti con le abitudini e i tabù della città in un modo che ci lascia la libertà di porre domande che l’autoctono non fa. Poi, certo, la testardaggine e il senso di giustizia, la curiosità e la flemma, la caparbietà e lo scetticismo nei confronti dell’informazione, della falsificazione della Storia, dell’amnesia collettiva, la resistenza nei confronti di autorità false.
Alla fine Laurenti e io siamo costretti a collaborare, ogni tanto lo facciamo bene e con piacere, ogni tanto lui diventa stronzo e cerca di delegare tutto a me. Lì si creano baruffe anche toste.
Ma la differenza fondamentale è l’obiettivo del nostro lavoro: lui indaga per portare delinquenti dietro le sbarre, io effettuo ricerche non meno profonde ma per narrare quel ritaglio del mondo che riesco capire –  come è sempre stato il ruolo del romanzo.

3) Il cibo triestino, anche se sullo sfondo, è costantemente presente nei suoi romanzi. Ci vuole spiegare il perché?

Non conosco proprio nessuno vivo che non mangi e non beva.
Come ho già accennato, oltre novanta etnie hanno lasciato le loro tracce in città, tutti quanti immigrati. Non esiste nessun albero di famiglia cosiddetto “puro” rispetto all’orgine triestina. E dove si rispecchiano le radici della gente? Nella cucina e nel dialetto. È una città di mare con il suo entroterra, il Carso  sta dietro casa. Abbiamo ogni volta l’imbarazzo della scelta tra piatti di mare o di terra. Il ricettario triestino è ricchissimo, ci sono influenze turche, meridionali, centro-europee, austriache, slovene ecc. Mangiare e bere a Trieste non diventa mai noioso o monotono.
E anche Laurenti e la sua famiglia lo godono, il figlio è apprendista cuoco nel più famoso ristorante di Trieste, da Scabar. Per altro con Ami Scabar, la chèf dell’omonimo ristorante, ho scritto un libro a quattro mani (“Trieste – Città dei venti”, Edizioni e/o) che è diventato un libro di viaggio, una storia culturale e culinaria che invita il lettore a un percorso in tutto questo contesto. La Storia degli ingredienti e della loro preparazione è la nostra storia e rispecchia la nostra cultura europea che si è miscelata nell’arco dei secoli, ma tutto è rintracciabile. A me piace imparare e godo di più se capisco cosa si trova sul piatto.

4) Il suo ultimo romanzo "Nessuno da solo" è incentrato su scandali internazionali che si intrecciano intorno al capoluogo giuliano. Come è nata l'idea alla base del romanzo?

È una città esemplare, un crocevia, tanto ogni cosa è concentrata qui e tutto quello che descrivo potrebbe succedere anche altrove. In una parte il ruolo di Trieste già predefinito dalla sua posizione geopolitica. Ci troviamo al centro dell’Europa, qui passa di tutto e di più. 
“Nessuno da solo” si svolge intorno a tre fattori che sono sempre più dominanti nella nostra vita e fortemente legati tra di loro:
la falsificazione della Storia, il potere delle immagini (sia televisivi, fotografiche, internet) e la concentrazione europea/mondiale dell’informazione in poche mani con una manipolazione dell’opinione pubblica sempre più evidente.
Qui sia chiara una cosa: il problema generale non è la bugia ma la mezza verità. Se una notizia o una parte di un fatto viene omessa, il resto diventa la verità totale e la base della notizia di domani. Trattare il passato in questo modo, la Storia, i delitti collettivi (guerre, oppressioni, sfruttamento, genocidio), i crimini economici (ci troviamo in mezzo a uno mostruoso), porta a effetti disastrosi: amnesia collettiva, stabilizzazione di casta, il pericolo di ripetizione, smontaggio di leggi e del contratto sociale. Se poi il crimine organizzato, che è il più grande consorzio multinazionale, s’impossessa di grosse aziende, dalle banche ai media, la manipolazione concertata non si lascia aspettare. L’informazione perde la sua anima e diventa un altro fattore economico. Questa concentrazione pericolosa la possiamo purtroppo osservare in tutta l’Europa. L’intreccio tra politica, economia e crimine organizzato è evidente.
Il carattere delle città sta cambiando, se c’erano una volta il commercio, la produttività e la cultura come base per lo sviluppo, quest’ultimo può anche essere bloccato di proposito. A Trieste c’è gente che ha il sospetto che la ‘città di frontiera’ durante la divisione dell’Europa in due blocchi ideologici si sia modificata da parecchio tempo in una “città strategica” per altri poteri che non vogliono lo sviluppo perché porterebbe a una forma di golpe contro la casta che tiene tanto alla tranquillità. Dietro le quinte si muove molto di più. 
Ma rimane sempre una città meravigliosa e civile con una qualità della vita molto alta, con una minima microcriminalità e con una massima densità di istituti finanziari. Honni soit qui mal y pense…

5) Nella sua produzione letteraria si è caratterizzato fortemente come Autore noir. Ci vuole spiegare i motivi di questa scelta: perché proprio la "crime story"? Si è mai cimentato con generi diversi?

Si, ho scritto un po’ di saggistica, storia culturale, ma quando viene pubblicato, spesso ho la sensazione che sia quasi sempre già superato della attualità galoppante.
Distinguerei tra “crime story” e “noir”. Esistono una marea di sottogeneri della “letteratura del mistero”. Da Agatha Christie alle sentenze in tribunale, dalla paranoia alla Stephen King fino alla Spy Story di Le Carré, dall'Horror o dalle storielle familiari fino ai veri peccati letterari o di fiction in ogni tipo di sceneggiato alla Derrick. Il Noir stesso è apparso la prima volta alla fine degli anni quaranta in Francia. Si distingue dai soliti “Who dunnit?”, quel genere che caccia solamente il cattivo per farlo fuori in qualche modo e garantire così il sonno tranquillo dei piccoli e grandi borghesi. Quando spengono la tv il mondo è di nuovo in ordine… Il noir invece non si limita a trattare esclusivamente i soliti tre gruppi coinvolti: il delinquente, la vittima e l’investigatore o inquirente. Perché c’è un quarto gruppo fortemente coinvolto. Noi tutti, la società che non è meno coinvolta, è la base di tutto. Su questo si interroga il genere del Noir, come tutti romanzi cerca di descrivere un’area e un’ epoca – e ha grandi libri della letteratura mondiale tra i suoi antenati: “Delitto e castigo”, “Il rosso e il nero” ecc. Ma c’è ancora una variante: il “Noir mediterraneo”. Ci ricordiamo del viaggio sanguinoso degli argonauti? O di un altro libro che è diventato la base della nostra cultura occidentale e che nella Genesi ci racconta di un fratricidio, Caino che uccide Abele. Un libro molto feroce in qui non mancano furti, incesto, tradimenti, cornuti, truffe, omicidi fino a bande a delinquere.
Direi che scrittori come Massimo Carlotto, Bruno Morchio, Petros Markaris, io stesso e tantissimi altri siamo solamente tornati alle radici. E purtroppo non viviamo nel mondo delle favole. Attualmente non esiste alcun altro genere per descrivere il nostro contesto odierno in modo migliore che il Noir mediterraneo.

6) Il suo prossimo romanzo? Ha già un'idea nel cassetto?
Il cassetto è vuoto, ho appena passato l’ultima stesura delle bozze. Uscirà a fine gennaio in tedesco e in prima estate in italiano. Il resto  lo tengo ancora per me.


venerdì 5 ottobre 2012

[Recensione]- Farfalla nera di Emilio Martini, ovvero il vizio di insabbiare la verità.


Non c’è pace per il commissario Gigi Berté, protagonista di “Farfalla nera” (Corbaccio, 8 euro) secondo romanzo del misterioso Emilio Martini.
Dopo la movimentata estate, che lo ha visto alle prese con il delitto de "La regina del catrame", Gigi vorrebbe godersi il soggiorno a Lungariva. Nella piccola località sulla riviera Ligure, il vicequestore con la coda è stato confinato dopo aver combinato un non meglio specificato “casino” a Milano.
E invece l’autunno si tinge di sangue. In un vicolo del paese viene trovato il cadavere di Adelaide Groppini, preside di un esclusivo liceo privato di Genova. Gigi, mezzo calabrese e mezzo meneghino, è risucchiato dal vortice di un’indagine che si preannuncia difficile, e molto delicata. La Groppini ha molti amici tra coloro che contano, e la sua morte alza un gran polverone. E il nostro poliziotto non ama né essere delicato, né trovarsi sotto i riflettori. Come non bastasse, alla pensione Aurora, dove Gigi ha trovato alloggio, si è invaghito della locandiera, la bella e formosa Marzia. “La Marzia”, come la chiama lui, sembra ricambiarlo. Peccato che lei sia (felicemente?) sposata. Peccato anche che il legittimo consorte, comandante di lungo corso, abbia fatto ritorno a casa.
Insomma, troppe complicazioni per il commissario Berté. E così, tra emicranie lancinanti e indigestioni di focaccia ligure, lui si sfoga scrivendo racconti. Una passione segreta, che ritorna con prepotenza ogni volta che Gigi è sotto pressione.
Mentre si dipana l’indagine sulla preside, parallelamente leggiamo la storia di Farfalla nera, una giovane donna africana, creata dalla fantasia del commissario. Una donna che troppo presto impara quanto possa essere dura la vita.
A Lungariva l’assassinio della preside scoperchia un vaso di Pandora. Dietro la sua esistenza apparentemente irreprensibile, Adelaide nasconde un mondo sotterraneo, fatto di sotterfugi e squallidi compromessi. E' una donna abituata a insabbiare la verità e a vivere solo di apparenze. E così, proprio come una farfalla bruciata dal fuoco, Adelaide trova nella morte la nemesi ai suoi ingiustificati silenzi.
Ottima questa seconda prova di Martini. Il personaggio del commissario-scrittore appare ancor meglio delineato, con le sue introversioni e le sue istintive antipatie, ma anche con un’autenticità e uno slancio che non possono non farcelo amare. La trama gialla è ottimamente congegnata e rivelata al lettore passo dopo passo. Godibile la carrellata degli archetipi della provincia: il genero che campa a spese della suocera, il marito cornuto che cerca inutili rivalse in amori a pagamento, i ragazzini viziati del liceo.
Il valore aggiunto del romanzo sta tuttavia nel coraggio con cui, nelle ultime pagine, la risoluzione del caso scioglie un grumo di sofferenza e di silenzi. Un epilogo amaro, in cui convergono le due storie – l’indagine sulla preside e la novella del commissario-, ma anche un monito per tutti noi. Apriamo gli occhi per seguire il volo delle nostre farfalle.
Bella prova, misterioso Martini, ora aspettiamo l’inverno del commissario Berté, la terza puntata: “Chiodo fisso”, atteso per novembre.

mercoledì 3 ottobre 2012

[Segnalazione]- La biblioteca perduta dell'alchimista di Marcello Simoni. Da domani in libreria.

I fan  (moltissimi, a giudicare dalla pagina FB) sono in fibrillazione. Dopo il successo de "Il mercante di libri maledetti" domani 04 ottobre esce in tutte le librerie di Italia "La biblioteca perduta dell'alchimista", secondo episodio delle avventure del mercante Ignazio da Toledo. Un appuntamento da non perdere per chi ha apprezzato l'esordio esplosivo dello scrittore comacchiese, classe 1975, vincitore del 60° premio Bancarella.

Ecco la trama: È la primavera del 1227 e la regina di Castiglia è scomparsa in modo misterioso. Strane voci corrono per il regno e alcuni parlano di un intervento del Maligno. L’unico in grado di risolvere l’enigma è Ignazio da Toledo, grande conoscitore dei luoghi e delle genti grazie ai suoi numerosi viaggi tra Oriente e Occidente e alla sua capacità di risolvere arcani e antichi misteri. A Córdoba, dove Ignazio viene convocato, incontra un vecchio magister che gli parla di un libro che tutti stanno cercando e che potrebbe dargli indizi sull’accaduto. Ma il giorno dopo verrà trovato morto avvelenato. Le ricerche del mercante di reliquie partono subito fino al rinvenimento del mitico Turba philosophorum, un manoscritto attribuito a un discepolo di Pitagora, che conserva l’espediente alchemico più ambito al mondo: la formula per violare la natura degli elementi. L’incontro poi con una monaca e con un uomo considerato da tutti un posseduto, ma in verità affetto da saturnismo, indirizzeranno Ignazio verso il castello di Airagne e dal suo misterioso signore, il Conte di Nigredo. Qui è custodito un terribile segreto, ma non sarà facile mettersi in salvo dopo averlo scoperto…